La storia che stiamo per raccontare ha inizio nell’autunno del 1943, proprio mentre al di là del Tevere, tra le mura vaticane, si stava valutando nei minimi particolari la questione relativa ai rifugiati nelle strutture extraterritoriali con l’ausilio del penitenziere di San Pietro Aquilino Reichert, cappuccino. Attraverso una paziente e minuziosa spigolatura nell’archivio Generale della Società del Sacro Cuore — un istituto di diritto pontificio sul Gianicolo, fondato agli inizi del 1800 da Madeleine-Sophie Barat — chi scrive ha rinvenuto dei documenti rimasti finora nascosti: si tratta del Giornale della Casa «Villa Lante» nel quale le religiose annotavano tutti gli avvenimenti che di giorno in giorno riguardavano l’istituto, a quel tempo sotto la guida spirituale della superiora generale di origini ispaniche Manuela Vicente, donna determinata e dotata di grande fede, coadiuvata dalla madre vicaria Giulia Datti. Le due suore si occuparono degli aspetti logistico-organizzativi per facilitare l’ospitalità ai rifugiati ebrei e a molti altri antifascisti.martedì 31 maggio 2011
Quelle famiglie ebree che Pio XII fece nascondere in monastero
di Giovanni Preziosi
La storia che stiamo per raccontare ha inizio nell’autunno del 1943, proprio mentre al di là del Tevere, tra le mura vaticane, si stava valutando nei minimi particolari la questione relativa ai rifugiati nelle strutture extraterritoriali con l’ausilio del penitenziere di San Pietro Aquilino Reichert, cappuccino. Attraverso una paziente e minuziosa spigolatura nell’archivio Generale della Società del Sacro Cuore — un istituto di diritto pontificio sul Gianicolo, fondato agli inizi del 1800 da Madeleine-Sophie Barat — chi scrive ha rinvenuto dei documenti rimasti finora nascosti: si tratta del Giornale della Casa «Villa Lante» nel quale le religiose annotavano tutti gli avvenimenti che di giorno in giorno riguardavano l’istituto, a quel tempo sotto la guida spirituale della superiora generale di origini ispaniche Manuela Vicente, donna determinata e dotata di grande fede, coadiuvata dalla madre vicaria Giulia Datti. Le due suore si occuparono degli aspetti logistico-organizzativi per facilitare l’ospitalità ai rifugiati ebrei e a molti altri antifascisti.
La storia che stiamo per raccontare ha inizio nell’autunno del 1943, proprio mentre al di là del Tevere, tra le mura vaticane, si stava valutando nei minimi particolari la questione relativa ai rifugiati nelle strutture extraterritoriali con l’ausilio del penitenziere di San Pietro Aquilino Reichert, cappuccino. Attraverso una paziente e minuziosa spigolatura nell’archivio Generale della Società del Sacro Cuore — un istituto di diritto pontificio sul Gianicolo, fondato agli inizi del 1800 da Madeleine-Sophie Barat — chi scrive ha rinvenuto dei documenti rimasti finora nascosti: si tratta del Giornale della Casa «Villa Lante» nel quale le religiose annotavano tutti gli avvenimenti che di giorno in giorno riguardavano l’istituto, a quel tempo sotto la guida spirituale della superiora generale di origini ispaniche Manuela Vicente, donna determinata e dotata di grande fede, coadiuvata dalla madre vicaria Giulia Datti. Le due suore si occuparono degli aspetti logistico-organizzativi per facilitare l’ospitalità ai rifugiati ebrei e a molti altri antifascisti.lunedì 30 maggio 2011
Storia 1943-1947- L'assalto francese alle Alpi italiane
di Mario Avagliano
Nella primavera del 1943 Charles de Gaulle salì su un aereo militare e lasciò Londra dove si era rifugiato dalla Francia occupata dai nazisti. I rapporti con Winston Churchill e il governo britannico erano diventati difficili e aveva preferito trasferirsi ad Algeri, in una colonia che si era ribellata al governo fantoccio di Pétain. È qui che maturò il “progetto italiano”: se e quando le sorti della guerra lo avessero consentito, sarebbe stato imperativo occupare militarmente la Valle d’Aosta, altri punti del versante orientale delle Alpi occidentali e possibilmente una parte della Liguria (da Ventimiglia ad Imperia) e delle valli piemontesi (comprese Torino, Ivrea e Cuneo), per poi annetterli. Come atto di giustizia per la pugnalata alla schiena (coup du poignard dans le dos) inferta il 10 giugno 1940 da Mussolini a una Francia vinta e in agonia.
Il 2 giugno lo spettacolo Viva l'Italia! all'Auditorium di Roma
Lo spettacolo Viva l'Italia!, tratto dal fortunato libro di Aldo Cazzullo e prodotto dal Teatro Stabile di Verona, approda all’Auditorium di Roma: 2 giugno, Teatro Studio, ore 18, al prezzo simbolico di due euro. Ma ne vale la pena. Marianna Dal Collo, Michele Ghionna e Paolo Valerio leggono brani del libro, Aldo Cazzullo commenta, Sabrina Reale suona l’inno. Musiche dai canti risorgimentali a Francesco De Gregori – presente in sala con Walter Veltroni -, video della Resistenza e del Risorgimento, e i grandi quadri dipinti da italiani che sono ora nei musei del mondo, da Piero della Francesca a Caravaggio.
venerdì 27 maggio 2011
"Quell'Hitler con ciuffo e voce rabbiosa". Dall'entusiasmo alla diffidenza: come gli ambasciatori del Duce a Berlino raccontarono il nazismo
di Mario Avagliano
Germania, primavera del 1945. In una Berlino lunare, trasformata in un cumulo di macerie dai bombardamenti alleati, un elegante palazzo color rosa, “insieme sontuoso e squadrato”, resiste impavido agli ordigni. È la sede dell’ambasciata italiana, dove opera l’incaricato del duce Filippo Anfuso, ultimo ambasciatore di quel che resta dell’Italia fascista, nata dalla divisione in due della penisola dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Inizia in quel luogo-simbolo, in mezzo alle rovine del Terzo Reich, il bel saggio del salernitano Gianluca Falanga, L’avamposto di Mussolini nel Reich di Hitler. La politica italiana a Berlino 1933-1945 (Marco Tropea Editore, pagg. 512, euro 23).
Germania, primavera del 1945. In una Berlino lunare, trasformata in un cumulo di macerie dai bombardamenti alleati, un elegante palazzo color rosa, “insieme sontuoso e squadrato”, resiste impavido agli ordigni. È la sede dell’ambasciata italiana, dove opera l’incaricato del duce Filippo Anfuso, ultimo ambasciatore di quel che resta dell’Italia fascista, nata dalla divisione in due della penisola dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Inizia in quel luogo-simbolo, in mezzo alle rovine del Terzo Reich, il bel saggio del salernitano Gianluca Falanga, L’avamposto di Mussolini nel Reich di Hitler. La politica italiana a Berlino 1933-1945 (Marco Tropea Editore, pagg. 512, euro 23).
mercoledì 25 maggio 2011
Uno dei ragazzi delle Quattro Giornate di Napoli: “Ero con Gennarino Capuozzo e prendemmo prigionieri i nazisti”
di Giovanni Pantano
Era l’alba del 29 settembre del 1943. Avevo compiuto appena 14 anni essendo nato a Marianella (NA) il 14 aprile 1929. Erano le ore 6 del mattino e transitavo per via S. Teresa degli Scalzi a Napoli per raggiungere il posto di lavoro (ero apprendista in un calzaturificio, proprietario era il sig. Umberto Verde) sito in via Costantinopoli.
D’improvviso sentii dei colpi d’arma da fuoco, mi girai e notai tre corpi senza vita all’ingresso di un panificio: una giovane donna, un uomo e un bambino, diressi lo sguardo dall’altra parte della strada e notai una camionetta tedesca che si allontanava. Fu questo l’evento e il motivo scatenante della mia partecipazione alla lotta partigiana che era iniziata da poche ore.
martedì 24 maggio 2011
La recensione di la Repubblica del libro "Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia"
La storia dal basso degli ebrei italiani
di Susanna Nirenstein
È la cronaca della persecuzione antisemita nell’Italia fascista dal ’48 al ’45 così come fu percepita e raccontata giorno per giorno dagli stessi ebrei, un interessantissimo autoritratto inedito, perché finora nessuno storico aveva setacciato archivi pubblici e privati per rintracciare le lettere, i diari che gli italiani colpiti dalle leggi razziali prima e dalla caccia all’uomo poi scrissero.
Successo anche a Firenze per il Tour della Memoria della persecuzione degli ebrei
di Lionella Neppi Modona Viterbo
La presentazione dell’importante libro edito da Einaudi Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia-diari e lettere 1938-1945 di Mario Avagliano e Marco Palmieri il 19 maggio scorso ha finalmente avuto luogo anche a Firenze, dopo Roma, Torino, Milano e altri centri minori.
L’atteso incontro, che ha concluso il 13mo anno di attività del Gruppo di studi storici, è stato organizzato dalla Comunità ad opera del consigliere Renzo Bandinelli in una delle bellissime sale del palazzo Medici Riccardi, sede della Prefettura.
Presenti molti dei fiorentini che avevano contribuito alla realizzazione dell’opera concedendo agli autori la riproduzione di lettere e brani dei diari dei loro congiunti. Brani struggenti che fanno conoscere o rivivere momenti molto drammatici della nostra storia.
La presentazione dell’importante libro edito da Einaudi Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia-diari e lettere 1938-1945 di Mario Avagliano e Marco Palmieri il 19 maggio scorso ha finalmente avuto luogo anche a Firenze, dopo Roma, Torino, Milano e altri centri minori.L’atteso incontro, che ha concluso il 13mo anno di attività del Gruppo di studi storici, è stato organizzato dalla Comunità ad opera del consigliere Renzo Bandinelli in una delle bellissime sale del palazzo Medici Riccardi, sede della Prefettura.
Presenti molti dei fiorentini che avevano contribuito alla realizzazione dell’opera concedendo agli autori la riproduzione di lettere e brani dei diari dei loro congiunti. Brani struggenti che fanno conoscere o rivivere momenti molto drammatici della nostra storia.
giovedì 19 maggio 2011
Israele e Palestina: il parere di Sergio Della Pergola (coincidente con il mio)...
Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, è senza dubbio un amico sincero dello Stato d'Israele e degli ebrei. Lo ha reiterato esplicitamente nei suoi interventi pubblici nel corso degli ultimi anni, e lo ha dimostrato nel corso delle sue ripetute visite in Israele - fra l'altro al Tempio Italiano a Gerusalemme lunedì. Il Presidente è anche un convinto sostenitore della pace fra israeliani e palestinesi, e certo per questo ha deciso di devolvere l'importo del premio Dan David, ricevuto domenica a Tel Aviv, all'Istituto "West-Eastern Divan", nato dall'esperienza dell'orchestra diretta da Daniel Barenboim e composta da giovani musicisti israeliani e palestinesi. Giorgio Napolitano, durante la sua visita all'Autorità palestinese a Ramallah, ha annunciato la elevazione della delegazione palestinese a Roma al rango di missione diplomatica, e al rango di ambasciatore del rappresentante. Ora ci sarà chi vorrà vedere in questo un atto ostile nei confronti di Israele.
lunedì 16 maggio 2011
Banca dati dei beni sequestrati agli ebrei durante la persecuzione
Il 4 maggio su “Il Messaggero”, Michela Mastrodonato ha reso nota la notizia della creazione di un’enorme banca dati creata all’interno del progetto Project Heart il cui responsabile è Bobby Brown, già amministratore delegato dell’agenzia semigovernativa israeliana Jewish Agency for Israel che si propone di catalogare i beni trafugati, rubati, estorti, sequestrati, confiscati o anche acquistati forzatamente agli ebrei durante la persecuzione e lo sterminio nazista.
mercoledì 11 maggio 2011
Un'altra storia ritrovata di Giusti: monsignor Guido Bortolameotti e i Gardin
di Maria Luisa Crosina
«Tutti sappiamo cosa significa amare il prossimo come noi stessi: essere disposti a dare anche la vita per un altro. Ebbene oggi noi abbiamo qui due persone che hanno offerto la loro vita per la mia. Don Guido e la signorina Adele l’hanno offerta ogni giorno per un anno e mezzo, spontaneamente, senza alcuna speranza di ricompensa. Per seicento giorni hanno voluto condividere il grave pericolo in cui io ero e associarsi a tale pericolo indissolubilmente. Il mattino eravamo qui a Cloz ma non sapevamo se la sera ci avrebbero trovati ancor qui o se qualcuno sarebbe venuto a prenderci per avviarci ad un oscuro destino».
Così iniziava il discorso dell’ingegner Augusto Rovighi il 12 giugno 1983, quando il suo salvatore, monsignor Guido Bortolameotti, venne insignito dal console d’Israele della Medaglia dei Giusti, il riconoscimento concesso dallo Stato d’Israele a quelle persone che, a rischio della propria vita e senza attendersi ricompensa, prestarono aiuto gli ebrei perseguitati.
Oggi, a Gerusalemme, nel parco sorto nei pressi del Museo delloYad Vashem e che porta il nome di Giardino dei Giusti, un albero di carrubo è intitolato a monsignor Guido Bortolameotti, il sacerdote trentino che, nel 1943, con la complicità della sua fedele perpetua Adele, aveva nascosto nella sua canonica di Cloz per diciotto mesi l’ingegner Augusto Rovighi, di fede valdese, ma ebreo per nascita..
Avevo narrato la storia di Augusto Rovighi in un mio libro uscito una decina di anni fa (Le storie ritrovate. Ebrei nella provincia di Trento. 1938-1945, Trento 1995), così come l’avevo appresa direttamente da monsignor Bortolameotti il quale l’aveva precedentemente rievocata in un suo scritto (La chiesa del Miracolo. A 50 anni dalla benedizione della prima pietra della nuova chiesa. Ricordi, Trento 1990). L’ingegner Rovighi, dopo che erano iniziati i rastrellamenti in Alto Adige, aveva cercato un nascondiglio a Cloz, dove c’era già sua moglie Serafina Rizzi con due figlioli e l’aveva trovato presso un suo parente. Dopo alcuni giorni, però, essendo continuamente ricercato, non si era sentito più al sicuro in quella casa e il 21 settembre, calato il buio, si era presentato in canonica, assieme alla moglie, chiedendo al parroco don Guido di trovargli riparo in qualche maso circostante. Il sacerdote l’aveva fatto fermare quella notte presso di sé, ed era stata solo la prima di numerosissime altre.
Qualche mese fa mi giunse da Bologna una telefonata: era Luigi, uno dei figli dell’ingegnere, che esprimeva il desiderio di conoscermi. Professore di musica presso il Conservatorio di Bologna e noto musicologo, conservava ricordo di quegli anni lontani e drammatici. Ci demmo appuntamento a Riva e mi mise a parte di un’altra storia, collegata alla prima. Una storia che tentava da tempo di rendere nota, mosso da un sentimento di gratitudine e di giustizia per due persone che non avevano esitato a porre a repentaglio la propria vita e quella dei loro figli per salvarlo. Fu così che sentii per la prima volta i nomi di Pietro ed Elisabetta Gardin, due giusti a cui nessuno ha mai dato un riconoscimento e che, forse, mai l’avrebbero voluto, perché, come testimoniano il loro figli Gian Maria e Maria Luisa, esclusivamente mossi «da sentimenti di umana solidarietà che si ribellava alla criminale sopraffazione razziale».
Luigi Rovighi all’inizio del 1944 aveva undici anni e si trovava a Bolzano. Mentre il padre era nascosto in canonica, la gendarmeria tedesca si impegnava in accurate ricerche per scoprire dove egli si trovasse, e, per saperlo, aveva sottoposto la madre a ripetuti interrogatori, minacciandola perfino di ritorsioni sul figlio, qualora non avesse rivelato il nascondiglio. Fu allora che due coniugi veneti, Pietro ed Elisabetta Gardin, appunto, imprenditore tessile lui, insegnante lei, amici di famiglia e genitori di due bambini, senza frapporre indugi, caricarono Luigi in macchina per portarlo al sicuro in una loro fattoria di Caerano San Marco in provincia di Treviso. L’uomo d’oggi ricorda quel viaggio come gravido di pericoli: il piccolo gruppo venne ripetutamente fermato da SS armate che richiesero i documenti e perquisirono la macchina, ed anche una volta giunti a destinazione, i pericoli non cessarono, perché, spesso, nella casa fecero irruzione i tedeschi. Luigi rimase presso i suoi salvatori per due mesi sotto falso nome, finché sua madre lo richiamò a Cloz.
Pietro ed Elisabetta Gardin sono scomparsi rispettivamente nel 1981 e nel 1995. I loro figli, tuttora viventi, risiedono l’uno a Paderno del Grappa, l’altra a Treviso.
| I Gardin |
Così iniziava il discorso dell’ingegner Augusto Rovighi il 12 giugno 1983, quando il suo salvatore, monsignor Guido Bortolameotti, venne insignito dal console d’Israele della Medaglia dei Giusti, il riconoscimento concesso dallo Stato d’Israele a quelle persone che, a rischio della propria vita e senza attendersi ricompensa, prestarono aiuto gli ebrei perseguitati.
Oggi, a Gerusalemme, nel parco sorto nei pressi del Museo delloYad Vashem e che porta il nome di Giardino dei Giusti, un albero di carrubo è intitolato a monsignor Guido Bortolameotti, il sacerdote trentino che, nel 1943, con la complicità della sua fedele perpetua Adele, aveva nascosto nella sua canonica di Cloz per diciotto mesi l’ingegner Augusto Rovighi, di fede valdese, ma ebreo per nascita..
Avevo narrato la storia di Augusto Rovighi in un mio libro uscito una decina di anni fa (Le storie ritrovate. Ebrei nella provincia di Trento. 1938-1945, Trento 1995), così come l’avevo appresa direttamente da monsignor Bortolameotti il quale l’aveva precedentemente rievocata in un suo scritto (La chiesa del Miracolo. A 50 anni dalla benedizione della prima pietra della nuova chiesa. Ricordi, Trento 1990). L’ingegner Rovighi, dopo che erano iniziati i rastrellamenti in Alto Adige, aveva cercato un nascondiglio a Cloz, dove c’era già sua moglie Serafina Rizzi con due figlioli e l’aveva trovato presso un suo parente. Dopo alcuni giorni, però, essendo continuamente ricercato, non si era sentito più al sicuro in quella casa e il 21 settembre, calato il buio, si era presentato in canonica, assieme alla moglie, chiedendo al parroco don Guido di trovargli riparo in qualche maso circostante. Il sacerdote l’aveva fatto fermare quella notte presso di sé, ed era stata solo la prima di numerosissime altre.
Qualche mese fa mi giunse da Bologna una telefonata: era Luigi, uno dei figli dell’ingegnere, che esprimeva il desiderio di conoscermi. Professore di musica presso il Conservatorio di Bologna e noto musicologo, conservava ricordo di quegli anni lontani e drammatici. Ci demmo appuntamento a Riva e mi mise a parte di un’altra storia, collegata alla prima. Una storia che tentava da tempo di rendere nota, mosso da un sentimento di gratitudine e di giustizia per due persone che non avevano esitato a porre a repentaglio la propria vita e quella dei loro figli per salvarlo. Fu così che sentii per la prima volta i nomi di Pietro ed Elisabetta Gardin, due giusti a cui nessuno ha mai dato un riconoscimento e che, forse, mai l’avrebbero voluto, perché, come testimoniano il loro figli Gian Maria e Maria Luisa, esclusivamente mossi «da sentimenti di umana solidarietà che si ribellava alla criminale sopraffazione razziale».
Luigi Rovighi all’inizio del 1944 aveva undici anni e si trovava a Bolzano. Mentre il padre era nascosto in canonica, la gendarmeria tedesca si impegnava in accurate ricerche per scoprire dove egli si trovasse, e, per saperlo, aveva sottoposto la madre a ripetuti interrogatori, minacciandola perfino di ritorsioni sul figlio, qualora non avesse rivelato il nascondiglio. Fu allora che due coniugi veneti, Pietro ed Elisabetta Gardin, appunto, imprenditore tessile lui, insegnante lei, amici di famiglia e genitori di due bambini, senza frapporre indugi, caricarono Luigi in macchina per portarlo al sicuro in una loro fattoria di Caerano San Marco in provincia di Treviso. L’uomo d’oggi ricorda quel viaggio come gravido di pericoli: il piccolo gruppo venne ripetutamente fermato da SS armate che richiesero i documenti e perquisirono la macchina, ed anche una volta giunti a destinazione, i pericoli non cessarono, perché, spesso, nella casa fecero irruzione i tedeschi. Luigi rimase presso i suoi salvatori per due mesi sotto falso nome, finché sua madre lo richiamò a Cloz.
Pietro ed Elisabetta Gardin sono scomparsi rispettivamente nel 1981 e nel 1995. I loro figli, tuttora viventi, risiedono l’uno a Paderno del Grappa, l’altra a Treviso.
Fuoco amico sul treno dei prigionieri: la tragedia dimenticata del 1944
"La mia guerra non è finita" di Marco Patucchi e Harry Shindler (Dalai Editore) esce in questi giorni in libreria. La storia di un veterano dell'esercito inglese e delle indagini sui misteri della Seconda Guerra Mondiale. Ad esempio un convoglio tedesco carico di soldati angloamericani venne distrutto per errore dai bombardieri statunitensi vicino ad Orvieto. Circa trecento le vittime. Una vicenda rimasta ai margini dei resoconti ufficiali. Ne pubblichiamo uno stralcio.
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| Foto scattata da un militare tedesco dopo il bombardamento del ponte (rintracciata da Fabio Roncella) |
Don Martino Michelone, un altro prete cattolico tra i Giusti di Israele
di Dino Messina
Luciano Segre se l’è portato nel cuore per sempre quel prete robusto e dai modi diretti che ogni tanto bonariamente lo minacciava, lui bambino ebreo, quando sbagliava qualcosa nelle mansioni da chierichetto. Quel prete, don Martino Michelone, oggi verrà dichiarato "Giusto tra le nazioni" durante una cerimonia a Moransengo, paesino sulle colline del Monferrato, secondo il volere dello Yad Vashem, l’istituzione israeliana che ha condotto una severa istruttoria lunga tre anni. E in una delle ultime telefonate giunte da Israele, a Luciano, salvato con la sua famiglia dal coraggio di don Martino, è stato chiesto se avesse ricevuto pressioni per cambiare religione. «Mai», ha risposto. L’abito da chierichetto serviva per camuffarsi meglio nella piccola comunità, dove tuttavia molti erano al corrente di quel che avveniva in canonica.
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| Luciano Segre |
martedì 10 maggio 2011
Operazione Balena, le memorie del rastrellamento del Quadraro del 17 aprile 1944
Operazione Balena, il libro-memoria sul rastrellamento del Quadraro del 17 aprile 1944, giunge alla seconda edizione, che sarà presentata il 23 maggio da Vera Michelin Salomon, presidente dell'Aned di Roma, nella sala Rossa del X Municipio a Roma (piazza di Cinecittà 1) . Il saggio, scritto da Carla Guidi, è stato pubblicato per la prima volta nel 2004 per i tipi delle Edizioni Associate, con il Patrocinio del X Municipio. Il libro raccoglie le testimonianze autobiografiche in forma di racconto di due testimoni, Sisto Quaranta e Augusto Gro, dagli anni del fascismo alla deportazione del 17 aprile 1944, nome in codice “Operazione balena - Unternehmen Walfisch”, fino al loro rientro a Roma.
lunedì 9 maggio 2011
Teddy Reno: “Ero braccato, la voce mi ha salvato la vita”
di Guido Vitale
Una chiamata fuori dalla cella poteva essere il segno della fine. Fuggito nel Ferrarese dalla sua città, braccato come ebreo, rinchiuso nel penitenziario di Codigoro nel dicembre del 1944, la confusione dei mesi che precedettero lo sfondamento da parte degli Alleati della linea Gotica aveva fatto finire quel ragazzo alla soglia dei 18 anni fra i detenuti comuni. Ma quanto sarebbe durata? In quel giorno freddo e cupo la differenza fra la vita e la morte era un soffio e infatti si rivelò tale. Spinto nei corridoi dai brigatisti neri, cacciato in uno stanzone, quel ragazzo capì allora che cantare può segnare una vita e anche salvarla. Su un palcoscenico improvvisato e malamente illuminato gli dissero di intonare qualcosa.
Una chiamata fuori dalla cella poteva essere il segno della fine. Fuggito nel Ferrarese dalla sua città, braccato come ebreo, rinchiuso nel penitenziario di Codigoro nel dicembre del 1944, la confusione dei mesi che precedettero lo sfondamento da parte degli Alleati della linea Gotica aveva fatto finire quel ragazzo alla soglia dei 18 anni fra i detenuti comuni. Ma quanto sarebbe durata? In quel giorno freddo e cupo la differenza fra la vita e la morte era un soffio e infatti si rivelò tale. Spinto nei corridoi dai brigatisti neri, cacciato in uno stanzone, quel ragazzo capì allora che cantare può segnare una vita e anche salvarla. Su un palcoscenico improvvisato e malamente illuminato gli dissero di intonare qualcosa.
venerdì 6 maggio 2011
Ebrei in camicia nera, l'assurda alleanza
di Anna Foa
Nel 1922, quando il fascismo prende il potere in Italia, gli ebrei – una piccolissima minoranza della popolazione, circa 45000, cioè l’uno su mille – erano profondamente integrati nel contesto sociale e culturale del Paese. Avevano appoggiato il processo risorgimentale, partecipando attivamente ai moti e alle guerre d’indipendenza e legando strettamente la loro emancipazione al processo di costruzione della nazione italiana. Erano stati protagonisti dell’irredentismo, avevano partecipato con entusiasmo, come gli ebrei tedeschi e quelli francesi, alla prima guerra mondiale, nella convinzione che i legami di appartenenza nazionale si sarebbero ulteriormente rinsaldati versando il proprio sangue per la patria italiana. Avevano dato alla politica italiana ministri come Luzzatti, sindaci come Nathan, alti funzionari dello Stato e dell’esercito. Erano, cioè, profondamente italiani.
Nel 1922, quando il fascismo prende il potere in Italia, gli ebrei – una piccolissima minoranza della popolazione, circa 45000, cioè l’uno su mille – erano profondamente integrati nel contesto sociale e culturale del Paese. Avevano appoggiato il processo risorgimentale, partecipando attivamente ai moti e alle guerre d’indipendenza e legando strettamente la loro emancipazione al processo di costruzione della nazione italiana. Erano stati protagonisti dell’irredentismo, avevano partecipato con entusiasmo, come gli ebrei tedeschi e quelli francesi, alla prima guerra mondiale, nella convinzione che i legami di appartenenza nazionale si sarebbero ulteriormente rinsaldati versando il proprio sangue per la patria italiana. Avevano dato alla politica italiana ministri come Luzzatti, sindaci come Nathan, alti funzionari dello Stato e dell’esercito. Erano, cioè, profondamente italiani. giovedì 5 maggio 2011
"Caro diario, oggi il Duce mi ha baciata". Storie e memorie: gli appunti della Petacci e i "Taccuini mussoliniani" raccolti da De Begnac
di Mario Avagliano
L’enigma Mussolini. Cosa pensava il capo del fascismo del conflitto mondiale? Quali erano i suoi reali rapporti col Vaticano e gli altri leader europei, da Hitler a Churchill? Molti aspetti della vicenda politica e umana di Benito Mussolini restano un mistero storico da risolvere. È uno dei motivi per cui nel dopoguerra si è scatenata la caccia ai suoi diari. Una ricerca che, tra bufale e presunti scoop, ha visto protagonisti storici, giornalisti e studiosi e la cui cronaca è stata raccontata nel recente saggio di Enrico Mannucci Caccia grossa ai diari del duce (Bompiani, pagine 276, euro 18).
mercoledì 4 maggio 2011
Un’ebrea napoletana nella bufera razziale. Nelle lettere ritrovate di Suzette la storia commovente di un salvataggio
di Mario Avagliano
Una lettera indirizzata ad “Alfredo Tartarone, presso famiglia Cirino, via Roma 109 Napoli”, con quattro timbri, uno circolare in alto a sinistra con l’indicazione “Campo concentramento Pollenza” ed uno stemma al centro, uno rettangolare “Verificato per censura”, gli altri due degli uffici postali di Pollenza (Macerata) e di Napoli, con le date del dicembre 1941. La storia dimenticata dell’ebrea napoletana Suzette Tartarone è rispuntata così, grazie ad una busta ingiallita finita tra le mani di Gaetano Bonelli, un collezionista napoletano cultore della memoria cittadina (che ha formato negli anni un poderoso archivio che va dal ‘500 ad oggi), e grazie alle ricerche appassionate di un cronista de il Mattino, Paolo Barbuto, con il concorso dell’assessore comunale al patrimonio, Marcello D’Aponte, nipote di Suzette che, letto il primo articolo dello stesso Barbuto, lo ha aiutato a ricostruire la vicenda della zia.
lunedì 2 maggio 2011
Successo del Tour della Memoria anche in Campania e nel Frusinate
Un intenso week end di appuntamenti per il Tour della Memoria della persecuzione degli ebrei, con la presentazione del libro "Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia. Diari e lettere 1938-1945", di Mario Avagliano e Marco Palmieri (Einaudi 2001), che tra il 29 e il 30 aprile ha toccato Avellino, Benevento, Frosinone, Salerno, Cava de' Tirreni, Nocera Inferiore e Isola Liri. Quasi ovunque con grande partecipazione di pubblico (tantissimi ragazzi e ragazze) e suscitando in ogni posto forte attenzione, dibattito e commozione, con la formula delle immagini, delle letture dei brani del libro e dei commenti.
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