mercoledì 5 aprile 2017

Il lato nascosto di Salò: la "resistenza nera" al Sud

di Roberto Chiarini

Dai «figli di stronza» di Elio Vittorini ai «quindicenni sbranati dalla primavera» di Francesco De Gregori, passando per i «non uomini» segnati dal «marchio di Caino» per finire con gli «esuli in patria» figli di nessuno: il destino di chi ha aderito alla Repubblica sociale è stato di reprobi sul piano morale e di feroci persecutori dei partigiani su quello politico.

 Insomma, ha oscillato a lungo tra il «disconoscimento totale» della loro umanità e la taccia di essere «gregari» di un «regime fantoccio» al servizio dello straniero occupante, fautore di una causa aberrante che riservava un futuro di schiavitù e di oppressione ai popoli dell'intera Europa. Risultato: non solo nel dibattito politico ma anche nella considerazione storiografica, sui «ragazzi di Salò» ha gravato un pesante cono d'ombra fatto di silenzio e di disprezzo. Esattamente quel che si meritano dei sanguinari che non si sono fermati di fronte al baratro di una guerra fratricida in cui avrebbero cacciato il proprio Paese pur di soddisfare la loro sete di violenza.

Ci sono voluti, prima le possenti spallate inferte da Renzo De Felice al pregiudizio che riduceva il fascismo a regime dittatoriale imposto di forza a un popolo di democratici, poi il coraggioso cambio di passo impresso agli studi sul Ventennio da Claudio Pavone con lo sdoganamento della categoria storiografica di guerra civile per liberare la considerazione dei «Balilla che andarono a Salò» dal vizio della loro demonizzazione. Stiamo parlando praticamente dell'intera generazione dei nati nel 1924 e '25. Se infatti si sommano ai volontari i giovani chiamati alla leva che o per un'atavica sudditanza all'autorità costituita o per un malinteso spirito di servizio o per un più elementare, comprensibile desiderio di sfuggire alla pena di morte riservata ai renitenti, si raggiunge la somma di più di 500mila ragazzi che alla fine misero comunque in gioco la loro vita per una causa che, bene o male, sapevano persa in partenza.

Al confino morale e politico comminato loro dai vincitori si è paradossalmente sommato il cieco spirito di rivalsa dei «vinti» e dei loro epigoni, cui il rancore ha fatto velo a un'auspicabile rielaborazione critica della «scelta sbagliata» da loro compiuta.

Ora di questo vasto e variegato mondo di vinti disponiamo di un'opera sistematica. Sulla scorta di un'accurata investigazione di fonti archivistiche edite e inedite nonché della cospicua letteratura accumulatasi nel frattempo in materia, Mario Avagliano e Marco Palmieri con il saggio L'Italia di Salò. 1943-1945 (Il Mulino, pagg. 490, euro 28) ci mettono in condizione di articolare un giudizio sull'argomento a ragion veduta. 

L’Italia di Salò. 1943-1945 (Il Mulino)


Nei venti mesi che vanno dall’annuncio dell’armistizio, l’8 settembre 1943, all’uccisione di Mussolini e alla fine della guerra, nell’aprile del 1945, l’Italia non solo continuò a essere un campo di battaglia tra eserciti stranieri – gli Alleati che avanzavano da sud e i tedeschi che occupavano il centro-nord – ma diventò anche teatro di una sanguinosa «guerra civile» e «contro i civili», che vide coinvolti su fronti opposti coloro diedero vita alla Resistenza e coloro che rimasero fedeli al fascismo, aderendo alla Repubblica di Salò.

Nel dopoguerra, però, il punto di vista resistenziale è stato oggetto di innumerevoli studi e ricerche e ha rappresentato una narrativa dominante. Al contrario, la vicenda dei tanti italiani che scelsero di combattere dalla parte sbagliata è rimasta a lungo marginale, finendo per rappresentare un vuoto, un autentico tassello mancante nel panorama storiografico e della memoria di quel complesso periodo, che segnò lo spartiacque tra la dittatura fascista e la democrazia. 

In particolare, restava ancora da scandagliare in profondità lo spettro delle motivazioni che indussero oltre mezzo milione di italiani – uomini e donne, spesso giovanissimi – ad aderire e combattere, in molti casi volontariamente, per la Rsi. Cosa che fa, in modo documentatissimo, il saggio storico L’Italia di Salò. 1943-1945 (Il Mulino, pp. 490, euro 28), di Mario Avagliano e Marco Palmieri.

venerdì 22 maggio 2015

I ragazzi di via Buonarroti. Una storia della Resistenza


E' in uscita l'ultimo volume della collana "Il Filo Spinato", dal titolo "I ragazzi di via Buonarroti. Una storia della Resistenza" (Marlin editore), di Massimo Sestili, con introduzione di Mario Avagliano. 

IL LIBRO

La storia dei cinque ragazzi di via Buonarroti – Paolo Petrucci, Paolo Buffa, Enrica Filippini-Lera e Vera e Cornelio Michelin-Salomon – è rappresentativa di quanto accadde in Italia durante l'occupazione nazista, delle diverse forme di resistenza che si svilupparono, dei diversi ambienti sociali e politici che vi parteciparono, dei tanti giovani che rendendosi conto di vivere in un mondo inconciliabile, si schierarono per la libertà e pagarono duramente il loro impegno con il carcere, la deportazione e la morte.

venerdì 24 aprile 2015

La storia dell'eroismo ebraico. Il diritto di liberare i propri fratelli e di combattere l'islamofascismo

Intervista a Mario Avagliano sulla storia della Brigata Ebraica

a cura di Leonardo Rossi

Come e perché nasce l'idea di costituire una Brigata Ebraica? 
Già dopo l'invasione tedesca della Polonia, nel settembre del 1939 l'Agenzia Ebraica offrì l'appoggio della comunità ebraica di Erez Israel allo sforzo bellico degli Alleati e propose di dare vita, come già avvenuto durante la Grande Guerra, a una forza armata ebraica che partecipasse al conflitto contro l’odiato Hitler, che perseguitava da anni gli ebrei in Europa. Londra respinse a lungo la proposta, temendo da un lato la reazione degli arabi e dall’altro che questo significasse un lasciapassare al processo di costituzione di uno Stato ebraico. Ai  volontari arabi ed ebrei fu consentito solo di entrare nelle varie unità dell'esercito inglese.  Ma alla fine, dopo sei anni di negoziazione, la campagna ebraica per un esercito nazionale, alimentata da personaggi come Vladimir Jabotinsky, uno dei fondatori della Legione ebraica dell’esercito britannico durante la Grande Guerra, Chaim Weizmann, leader del Movimento Sionista, e Benzion Netanyahu, padre dell’attuale premier di Israele, e appoggiata anche oltreoceano, ad esempio da molte stelle di Hollywood e di Broadway, ebbe finalmente successo. Fu Winston Churchill, subentrato a Neville Chamberlain alla guida del governo, a dare il via libera nel settembre del 1944, d'accordo col Presidente americano Roosevelt, alla creazione della Brigata Ebraica, esprimendo il suo favore all'idea che gli ebrei potessero combattere “contro gli assassini dei loro connazionali in Europa”.

giovedì 23 aprile 2015

Intervista ad Emilio Gentile: 'La Resistenza valore fondante da condividere'

di Mario Avagliano
“La Resistenza, come il Risorgimento, rappresenta un patrimonio nazionale di valori che andrebbe condiviso da tutti, senza contrapposizioni politiche o ideologiche”. È la convinzione dello storico Emilio Gentile, il massimo studioso del fascismo, che sabato 25 aprile, alle 16.30, presso l’Auditorium Parco della Musica a Roma, parlerà del mito conteso della Resistenza e della Liberazione.Professore, oggi qual è il valore del 25 aprile?
Esattamente quello di 70 anni fa: è la data simbolo della partecipazione italiana alla guerra degli Alleati per la liberazione del Paese dal nazifascismo. E poiché la liberazione è avvenuta propugnando gli ideali comuni della libertà, della democrazia e della giustizia sociale, se non abbiamo rinunciato a nessuno di questi valori, essi sono ancora attuali.

mercoledì 22 aprile 2015

Storie - il mio ricordo di Elio Toaff

di Mario Avagliano

Sulla straordinaria figura di Elio Toaff, ex partigiano, rabbino, intellettuale, uomo del dialogo interreligioso, si è scritto, a giusta ragione, molto in queste ore. Voglio citare un episodio che ho riportato nel mio libro “Di pura razza italiana”, relativo al periodo successivo alle leggi razziste del 1938.
Nel suo libro di memorie (Perfidi giudei fratelli maggiori, Mondadori) Toaff ha raccontato che nell’anno accademico 1938-39 all’università di Pisa, alla quale era iscritto, si recò ben poco perché il «viaggio Livorno-Pisa e viceversa era diventato una specie di calvario per gli studenti di razza ebraica, esposti al dileggio e al disprezzo – qualche volta anche alla violenza – degli studenti fascisti».

lunedì 20 aprile 2015

Come e perché Mussolini e le sue guerre ebbero tanta popolarità

Introduzione alla presentazione del libro “Vincere e Vinceremo”

di Massimo Taborri
Circolo Culturale Montesacro, 11 aprile 2015

 - Prima di entrare nel merito della pagine del bel libro “Vincere e Vinceremo”, Gli italiani al fronte tra il ’40 e il ’43, ho pensato di aprire insolitamente questa mia introduzione con una breve notazione di carattere familiare che non mi pare stonata nel contesto delle cose di cui parleremo, perché se avessi saputo che Mario Avagliano e Marco Palmieri stavano lavorando ad un’opera così vasta e approfondita – come quella che presentiamo oggi – avrei volentieri messo a loro disposizione un piccolo archivio di famiglia, formato da 24 lettere scritte da un mio parente, uno zio che portava il mio stesso cognome Taborri, che ha concluso la sua esistenza in Russia durante la tragica ritirata dei primi mesi del ’43.

 - Un ragazzo di 20 anni, Otello, chiamato subito a combattere sulle Alpi Occidentali, sul confine francese, poi in Grecia e quindi in Russia con la Divisione Tridentina

 - Tra queste lettere ce n’è una spedita dal Moncenisio che porta la data del 20 giugno ’40. Sono dunque i giorni della guerra con la Francia, quelli della famosa pugnalata alla schiena (visto che – come è noto - l’esercito tedesco aveva già piegato l’Armata francese entrando il 14 giugno a Parigi), durante i quali l’esercito italiano arrivò a Mentone e in poche altre località delle prime valli francesi, appena al di là delle Alpi.

 - La guerra dichiarata da Mussolini il 10 giugno del ’40 che, sul fronte francese, impegnò i reparti italiani solo per 4 o 5 giorni, visto che le operazioni militari praticamente presero avvio intorno al 20 giugno e appena cinque giorni dopo fu firmato dalla Francia, a Parigi, l’armistizio con le potenze dell’Asse.