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martedì 17 marzo 2015

Storie - Il Giusto siciliano

di Mario Avagliano
 
Domani a Favara, in provincia di Agrigento, verrà ricordato Calogero Marrone, il deportato politico siciliano morto nel Lager di Dachau e dichiarato nel 2013 "Giusto tra le Nazioni". Il programma prevede alle ore 9, in Piazza della Pace, l’inaugurazione del Giardino della Memoria, con la piantumazione di un albero della vita e la scopertura di un’epigrafe, e alle ore 10, al castello Chiaramonte, un convegno sulla figura di Marrone, con la partecipazione tra gli altri del presidente dell'Istituto Siciliano di studi ebraici Maria Antonietta Ancona, della studiosa Lucia Vincenti, del presidente e del segretario dell'Anpi di Palermo Ottavio Terranova e Angelo Ficarra e di Daniela Marrone, una delle nipoti del Giusto.

mercoledì 26 novembre 2014

Storie - Palatucci e il metodo storico

di Mario Avagliano

In attesa del 17 dicembre, data in cui la commissione di studiosi incaricata dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane di fare chiarezza sulla figura dell’ex questore di Fiume Giovanni Palatucci, proclamato Giusto tra le Nazioni dallo Yad Vashem nel 1990, dovrebbe presentare le conclusioni dei suoi lavori, due nuovi libri cercano di portare un contributo al dibattito.

Uno è opera del giornalista Nazareno Giusti, “Giovanni Palatucci. Una vita da (ri)scoprire” (Tra le Righe Libri, pp. 160) e l’altro è dello storico e giornalista dell’Osservatore Romano Giovanni Preziosi, “L’affaire Palatucci. ‘Giusto’ o collaborazionista dei nazisti?”, di prossima uscita per le Edizioni “Comitato Palatucci”.

giovedì 17 ottobre 2013

Coniugi Aldrovandi e Mazzanti nominati Giusti tra le Nazioni

di Rossella Tercatin
Celebrare la semplicità di gesti straordinari, e la naturalezza di scelte coraggiose. Tanti sorrisi e tanta commozione a Milano nella sala Jarach del Tempio centrale, per la solenne cerimonia di consegna della Medaglia di Giusti tra le Nazioni ai coniugi Giulia e Antonio Aldrovandi e Rachele e Armando Mazzanti che negli anni bui dell’occupazione nazista rischiarono la propria vita per salvare la famiglia Weisz, avvisandola dei pericoli, e impegnandosi per dare un rifugio ai due bambini, Piero e Liana, di otto e cinque anni, che per un anno abitarono insieme alla famiglia Aldrovandi in un paesino sul Lago D’Orta, fatti passare come figli di un fratello residente in una città già occupata dagli Alleati.
Oggi la loro generosità è stata ufficialmente riconosciuta dallo Yad Vashem di Gerusalemme, e le medaglie affidate ai figli di Giulia e Antonio, Giuseppina e Sandro, all’epoca due ragazzini di 14 e 11 anni, che con i piccoli Weisz svilupparono un’amicizia profonda che dura ancora oggi, e a uno dei nipoti di Rachele e Armando, Davide, alla presenza di tanti altri parenti e amici delle due famiglie di tre diverse generazioni. Alla cerimonia hanno preso parte il presidente della Comunità di Milano Walker Meghnagu e il rabbino capo Alfonso Arbib, il giornalista Gad Lerner e l’addetta dell’Ambasciata d’Israele Sara Gilad, oltre ai due protagonisti della storia, i salvati, Liana e Piero, che hanno condiviso con il pubblico i ricordi “di quell’anno strano in cui noi bambini di città, ci ritrovammo a vivere in campagna, circondati da creature strane come i conigli, con una famiglia che non era la nostra, eppure ci ha fatto sempre sentire come a casa” ha sottolineato Piero.

martedì 8 ottobre 2013

Storie - Giuseppe Bolgia e l'Angelo del Tiburtino

di Mario Avagliano
Quando David Bidussa, nel suo acuto saggio Dopo l’ultimo testimone, s’interrogò su quale sarebbe stato il futuro della Memoria dopo la scomparsa di chi aveva vissuto in prima persona la Shoah, la Resistenza, il fascismo, l’occupazione tedesca e la seconda guerra mondiale, si riferiva certamente anche ai loro figli.Anche a me è capitato, in giro per l’Italia a parlare di questi temi, di conoscere di frequente figli di deportati, di perseguitati politici e razziali, di partigiani, di internati militari, che hanno raccolto l’eredità dei genitori, con passione e coraggio civile.
Purtroppo il tempo passa e anche i figli cominciano a scomparire. È il caso di Giuseppe Bolgia, morto ieri a Roma, a pochi giorni dalla cerimonia di ricollocamento presso la Stazione Tiburtina della lapide in ricordo del padre, la medaglia d’oro al merito civile Michele Bolgia, in programma il 16 ottobre alle ore 12, presso il binario 1.

martedì 24 settembre 2013

Gino Bartali proclamato Giusto tra le Nazioni

Gino Bartali è stato proclamato Giusto tra le Nazioni. “Bartali è stato un campione immenso, sui pedali e nella vita. Il riconoscimento dello Yad Vashem, che lo ha inserito oggi nel registro dei Giusti tra le Nazioni, è il giusto premio per una vicenda umana esemplare”, ha affermato Guido Vitale, direttore della redazione di Pagine Ebraiche, il mensile dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane protagonista di numerose rivelazioni inedite sul coraggio del grande ciclista toscano durante il nazifascismo. A partire dalla testimonianza di Giorgio Goldenberg, il piccolo ebreo fiumano che ad Adam Smulevich raccontò di essere stato nascosto in un appartamento di proprietà del campionissimo in via del Bandino. “Sono vivo perché Bartali ci nascose in cantina”, spiegò allora Goldenberg, 81 anni, oggi residente in Israele a Kfar Saba.

mercoledì 26 giugno 2013

Storie - Il caso Palatucci e il compito della storiografia

di Mario Avagliano

La storia non si fa né con le glorificazioni improvvisate né con i giudizi sommari. La storia richiede una lunga attività di scavo e di ricerca, non solo negli archivi, che tenga conto dei documenti e delle testimonianze disponibili e anche del contesto in cui si svolsero i fatti. Lo dimostra la vicenda del funzionario di polizia irpino Giovanni Palatucci nel periodo della persecuzione degli ebrei, tra il 1938 e il 1944, oggetto di attenzione in queste ultime settimane da parte dei principali quotidiani nazionali.
Palatucci è il classico esempio di come, senza opportuni studi ed approfondimenti, un personaggio possa essere considerato, a seconda dei punti di vista, “santo” o “criminale”. Dal riconoscimento di Giusto tra le Nazioni dello Yad Vashem e il processo di beatificazione da parte della Chiesa cattolica, alle accuse del
New York Times di collaborazionismo con i nazisti.

venerdì 24 maggio 2013

Gino Bartali. Il coraggio del campione

di Mario Avagliano

«Oh, quanta strada nei miei sandali / quanta ne avrà fatta Bartali / quel naso triste come una salita», cantava Paolo Conte. Ma è grazie ai suoi meriti extrasportivi, la partecipazione alla Resistenza e il salvataggio di molti ebrei, che Gino Bartali, il campionissimo italiano delle due ruote, è stato celebrato anche oltre Atlantico, con la pubblicazione del saggio Road to Valor dei canadesi Andres e Aili McConnon, fratello e sorella, rispettivamente ricercatore storico e giornalista di varie testate statunitensi (New York Times, Wall Street Journal e Guardian).
Ginettaccio, staffetta partigiana, durante la seconda guerra mondiale contribuì a sottrarre centinaia di ebrei tra Toscana e Umbria dalle grinfie dei nazifascisti, salvando un’intera famiglia dalla deportazione ad Auschwitz. Il libro made in Usa, che ripercorre le sue gesta, ora approda anche in Italia, dove sarà in libreria il 23 maggio col titolo La strada del coraggio – Gino Bartali, eroe silenzioso (edizioni 66thand2nd).

martedì 5 marzo 2013

Storie - Cotignola, un altro paese di Giusti

di Mario Avagliano
Ci fu un altro “caso” Nonantola nel tragico periodo della Repubblica di Salò e dell’occupazione tedesca dell’Italia centro-settentrionale. Anche a Cotignola, piccolo centro della bassa Romagna, in provincia di Ravenna, tra l’autunno del ’43 e la primavera del ’45, l’intero paese di seimila persone si mobilitò per salvare 41 ebrei italiani dalla caccia all’uomo scatenata dai nazifascisti.

martedì 19 febbraio 2013

Storie – Artisti, dissidenti ed ebrei in fuga dai nazisti in Francia

di Mario Avagliano

«Nell’agosto del 1940 lasciai New York per una missione segreta in Francia, una missione che molti dei miei amici consideravano pericolosa. Partii con le tasche piene di elenchi di uomini e donne che dovevo soccorrere e con la testa piena di suggerimenti su come farlo».
Quell’estate gli Usa non erano ancora entrati in guerra ma «un gruppo di cittadini americani, convinti che i democratici dovessero aiutare i democratici, senza badare alla nazionalità, creò subito l’Emergency Rescue Committee», con l’obiettivo di far espatriare il maggior numero di esuli europei - artisti, intellettuali, antifascisti, antinazisti, ebrei - che avevano trovato rifugio in Francia e che erano ricercati dalle polizie segrete italiane, tedesche e spagnole (Gestapo, Ovra e Seguridad) e dalla stessa Francia filonazista di Vichy, che una volta arrestati, spesso li consegnava direttamente alla Germania.

giovedì 28 giugno 2012

Storie – Roma e il revisionismo della toponomastica

di Mario Avagliano

La storia non si riscrive con la toponomastica o con i premi alla memoria. Eppure a Roma, medaglia d’oro della Resistenza, c’è chi ne è testardamente convinto. Proprio questa mattina il Consiglio del Municipio Roma II, governato dal centrodestra, ha votato la proposta di risoluzione n. 52 avente per oggetto “Intitolazione strada a Giorgio Almirante” dell’attuale viale Liegi o di un viale di Villa Borghese, avanzata dal consigliere Roberto Cappiello del partito “la Destra” di Storace. La seduta è stata momentaneamente sospesa per le proteste dei partigiani dell’Anpi romana e di diversi esponenti politici (tra cui Carla Di Veroli), ma poi si è proceduto al voto della risoluzione, che fortunatamente è stata bocciata con il voto contrario dei 9 consiglieri del centrosinistra ma anche di un esponente del centrodestra e l’astensione di altri due (tra cui la presidente), mentre 8 consiglieri del centrodestra hanno votato a favore.

giovedì 14 giugno 2012

Storie – Zamboni e il tentativo di salvare gli ebrei di Grecia

di Mario Avagliano

I Palatucci e i Perlasca non furono casi isolati. Un altro funzionario italiano si attivò con le armi della burocrazia e con profondo senso di umanità per salvare gli ebrei in quegli anni tragici: il console a Salonicco Guelfo Zamboni, che nel '92 fu riconosciuto come Giusto delle nazioni dallo Yad Vashem. E non agì da solo: gli incaricati dell’ambasciata italiana a Berlino gli diedero man forte.
La vicenda di Zamboni era già in parte conosciuta. Di recente, però, come rivelato dal Corriere della Sera, la storica Sara Berger, ricercatrice del Museo della Shoah in via di costituzione a Roma, ha rintracciato nell'Archivio politico degli Affari esteri tedeschi di Berlino il carteggio tra il governo fascista e l’alleato tedesco sulla deportazione da Salonicco di 75 ebrei italiani (o presunti tali, molti di loro erano stati fatti passare come tali dallo stesso Zamboni, allo scopo di sottrarli ai nazisti), che nella tarda primavera del ’43, poco prima della caduta di Mussolini, fece scoppiare un vero e proprio caso diplomatico.
Tutto partì da una nota dell’ambasciata italiana a Berlino del 14 maggio 1943, ispirata dallo stesso Zamboni: «La Regia Ambasciata è stata incaricata di voler pregare il Ministero degli Affari Esteri del Reich affinché vengano annullati i provvedimenti erroneamente adottati e si provveda di conseguenza al ritorno alle rispettive residenze degli ebrei in questione che risultano deportati, al rintraccio degli smarriti, ed alla liberazione di quelli già internati in campi di concentramento».

martedì 15 maggio 2012

Europa. Istituita la Giornata in memoria dei Giusti

Sarà il 6 marzo di ogni anno la Giornata europea in memoria dei Giusti. Un giorno per ricordare quanti si sono opposti – e ancora oggi si oppongono – ai crimini contro l’umanità e i totalitarismi e operano in tutto il mondo in difesa dei diritti umani. Una data scelta non a caso, è un omaggio a Moshe Bejski, presidente della commissione dei Giusti di Yad Vashem, l’Ente nazionale israeliano per la Memoria della Shoah, scomparso il 6 marzo 2007.
A istituire la giornata il Parlamento europeo, riunito il 10 maggio in sessione plenaria a Bruxelles. Con 382 firme il Parlamento Europeo ha ratificato la dichiarazione presentata lo scorso 16 gennaio dagli europarlamentari Gabriele Albertini, Lena Kolarska – Bobiñska, Niccolò Rinaldi e David-Maria Sassoli, che hanno raccolto l’appello lanciato nei mesi scorsi dall’associazione onlus Gariwo - La foresta dei Giusti, presieduta da Gabriele Nissim, saggista e scrittore.

mercoledì 18 aprile 2012

Storie - I 90 “giusti” sconosciuti di via Cenisio 77

di Mario Avagliano

Nella foto Gianfranco Moscati
Moshé Dana è un ebreo di nazionalità italo-turca che ora vive in Israele, dopo aver trascorso i primi venti anni della sua vita a Milano, in Italia. È l’unico sopravvissuto di una famiglia di sei persone, tutte perite ad Auschwitz. Si salvò grazie ai 90 inquilini di un caseggiato milanese, che lo nascosero a proprio rischio e pericolo. Moshè è un amico di vecchia data di Gianfranco Moscati, grande raccoglitore delle storie degli ebrei italiani perseguitati. Nati entrambi nel 1924, frequentarono assieme la materna e le elementari alla scuola ebraica di via Eupili. Moscati ci ha fornito la sua testimonianza inedita.
Isacco Dana, padre di Moshé, era emigrato in Italia nel 1925, assieme a cinque fratelli e alle rispettive famiglie. All’epoca Moshé aveva appena un anno di vita (era nato il 3 settembre 1924). Abitavano nella zona di corso Sempione, come i Moscati. Al mercatino di via Poliziano i Dana gestivano un banco per la vendita di calzetteria. “A Milano – racconta nel suo scritto – si stava abbastanza bene, nonostante il regime, tanto che nei primi degli anni trenta papà ottenne la cittadinanza italiana, che gli costò qualche mese di servizio militare (e più tardi molto di più)”. Il padre di Moshé fu l’unico dei sei fratelli turchi a fare questo passo.

giovedì 29 marzo 2012

Roma, il condominio di via Principe Amedeo 2 dice no alla targa per ricordare l’esistenza in quel palazzo nel ’44 della Pensione Oltremare della banda Koch

Può un condominio impedire a una città di ricordare? Può un condominio a maggioranza decidere che la targa sulla Pensione Oltremare della Banda Koch non deve essere oggetto di una targa? Una targa in cui ricordare le decine e decine di persone lì torturate e a volte uccise durante i mesi dell’occupazione tedesca a Roma (sono 44 gli omicidi imputati a Koch).
Via Principe Amedeo 2. Roma. All’ultimo piano c’è oggi la redazione di Radio Radicale. Più sotto alcuni alberghetti tipici dell’area Termini. Fuori ristoranti per passeggeri, più un banco di un venditore bengalese. Possibile che questo luogo debba essere tenuto al di fuori della storia e dei crimini commessi in anni molto vicini a noi?
Il Comune ha comunque un modo per intervenire: mettere sulla pubblica strada un cippo, un’insegna, insomma qualcosa. Questo il Comune lo può fare, se vuole farlo.
Qui di seguito il post pubblicato dalla sezione Anpi Esquilino “don Pappagallo”:

mercoledì 14 marzo 2012

Storie - Le ragazze che salvarono la Svizzera

di Mario Avagliano

A proposito di Giusti e della proposta di Gabriele Nissim e di altri intellettuali di istituire una giornata europea per ricordare il loro coraggio (il 6 marzo?), c’è una storia poco conosciuta che arriva dalla vicina Svizzera. Può il gesto di un gruppo di ragazzi cambiare il mondo? Nell’estate del 1942 questo fu possibile. Almeno in parte.
Il 7 settembre di quell’anno, 22 allieve quattordicenni (su 32) della II C della cittadina di Rorschach, nel canton San Gallo, vicina al confine con Germania e Austria, sulle rive del lago di Costanza, scrissero una lettera al governo svizzero: “Egregi Signori Consiglieri Federali, Non possiamo fare a meno di dirvi che noi alunne siamo profondamente indignate che i profughi vengano ricacciati così spietatamente verso una sorte tragica (...) Se continueremo così, possiamo essere certi che il castigo ricadrà su di noi. E’ possibile che voi abbiate ricevuto l’ordine di non accogliere ebrei, ma questa non è certamente la volontà di Dio, e noi dobbiamo ubbidire più a Lui che agli uomini...”.

mercoledì 7 marzo 2012

Storie - Memoria e lapidi a Ferramonti di Tarsia

di Mario Avagliano

La Memoria non è fatta solo di libri e di convegni, spesso retorici o pomposi. Ma si coltiva anche con la cura delle lapidi e con atti simbolici. Ne è un esempio il professor Mario Rende dell’Università di Perugia, autore di un apprezzato saggio, uscito tre anni fa per Mursia, sul campo di concentramento fascista di Ferramonti di Tarsia, città di origine della sua famiglia.
Sulle tracce di un appunto del 2 giugno 1944 del diario di Fra Callisto Lopinot, un monaco cappuccino presente a Ferramonti, il professor Rende è andato alla ricerca delle tombe degli ebrei di varie nazionalità (polacchi, tedeschi, austriaci, cechi, slovacchi, ungheresi, etc) che morirono a Ferramonti nel periodo 1940-1945.Rende ricorda che, in base ad atti documentali, nel cimitero di Tarsia sono stati sepolti  16 ebrei provenienti da Ferramonti.

mercoledì 16 novembre 2011

Morto Padre Vanzan, biografo di Palatucci e mentore del Museo di Campagna

di Anna Foa

Si è spento a Roma, a Villa Malta, nella sede della Civiltà cattolica di cui era redattore, Padre Piersandro Vanzan. Aveva appena settantasette anni. Era un ometto mite e gentile, ma capace di fermezza e di una straordinaria forza interiore. Quando combatteva per un’idea si illuminava tutto e sembrava trasformarsi. Solo negli ultimi tempi la malattia lo aveva come un poco smorzato, togliendogli ogni giorno un pezzetto di quella sua forza. Ed era questo il suo grande cruccio, non trovare più l’energia di scrivere, di elaborare le idee, di impegnarsi nelle sue battaglie culturali ed ideali. Erano tanti i suoi amici e le sue amiche, che avevano imparato ad amarlo oltre che a stimarlo, e io mi onoro di essere fra loro.

lunedì 12 settembre 2011

Ricciardelli, l'amico e collega di Palatucci che finì a Dachau

L’Ufficio di Presidenza dell’Associazione Amo Montemarano, in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, organizza il convegno dal titolo: “Servire la Patria. L’Esempio di un Compaesano, un Questore, un uomo Giusto: dott. Feliciano Ricciardelli”. L’appuntamento è per sabato 17 settembre alle ore 18:00 presso l’Auditorium dell’Edificio Scolastico di Montemarano.
Collega, amico e confidente di Giovanni Palatucci, Feliciano Ricciardelli fu capo dell’Ufficio Politico della Questura di Trieste mentre Palatucci era capo dell’Ufficio Stranieri della Questura di Fiume. Collaborò con quest’ultimo per mettere in salvo centinaia di perseguitati dal regime. Fu arrestato e deportato nel campo di concentramento di Dachau da cui riuscì a salvarsi.

mercoledì 27 luglio 2011

Dachau ricorda Palatucci, il paladino degli ebrei

di Mario Avagliano

Giovanni Palatucci torna in Germania, a Dachau, dove fu rinchiuso come deportato politico nell’ottobre 1944 e dove morì nel febbraio 1945, ad appena trentasei anni di età, nella baracca n. 25 del Lager. Venerdì 29 luglio, presso la galleria della “Kultur Schranne”, sita nel centro storico di Dachau e messa a disposizione dal borgomastro Peter Bürgel, prenderà il via una mostra sulla storia del questore di Fiume, dello zio Giuseppe Palatucci, vescovo di Campagna, e del campo di concentramento sito nella cittadina salernitana. Per l’occasione verrà inaugurata la cappella italiana al Leitenberg, dedicata ai nostri connazionali morti a Dachau.  (Il Mattino, 27 luglio 2011, p. 21)

mercoledì 11 maggio 2011

Un'altra storia ritrovata di Giusti: monsignor Guido Bortolameotti e i Gardin

di Maria Luisa Crosina

I Gardin
«Tutti sappiamo cosa significa amare il prossimo come noi stessi: essere disposti a dare anche la vita per un altro. Ebbene oggi noi abbiamo qui due persone che hanno offerto la loro vita per la mia. Don Guido e la signorina Adele l’hanno offerta ogni giorno per un anno e mezzo, spontaneamente, senza alcuna speranza di ricompensa. Per seicento giorni hanno voluto condividere il grave pericolo in cui io ero e associarsi a tale pericolo indissolubilmente. Il mattino eravamo qui a Cloz ma non sapevamo se la sera ci avrebbero trovati ancor qui o se qualcuno sarebbe venuto a prenderci per avviarci ad un oscuro destino».
Così iniziava il discorso dell’ingegner Augusto Rovighi il 12 giugno 1983, quando il suo salvatore, monsignor Guido Bortolameotti, venne insignito dal console d’Israele della Medaglia dei Giusti, il riconoscimento concesso dallo Stato d’Israele a quelle persone che, a rischio della propria vita e senza attendersi ricompensa, prestarono aiuto gli ebrei perseguitati.

Oggi, a Gerusalemme, nel parco sorto nei pressi del Museo delloYad Vashem e che porta il nome di Giardino dei Giusti, un albero di carrubo è intitolato a monsignor Guido Bortolameotti, il sacerdote trentino che, nel 1943, con la complicità della sua fedele perpetua Adele, aveva nascosto nella sua canonica di Cloz per diciotto mesi l’ingegner Augusto Rovighi, di fede valdese, ma ebreo per nascita..
Avevo narrato la storia di Augusto Rovighi in un mio libro uscito una decina di anni fa (Le storie ritrovate. Ebrei nella provincia di Trento. 1938-1945, Trento 1995), così come l’avevo appresa direttamente da monsignor Bortolameotti il quale l’aveva precedentemente rievocata in un suo scritto (La chiesa del Miracolo. A 50 anni dalla benedizione della prima pietra della nuova chiesa. Ricordi, Trento 1990). L’ingegner Rovighi, dopo che erano iniziati i rastrellamenti in Alto Adige, aveva cercato un nascondiglio a Cloz, dove c’era già sua moglie Serafina Rizzi con due figlioli e l’aveva trovato presso un suo parente. Dopo alcuni giorni, però, essendo continuamente ricercato, non si era sentito più al sicuro in quella casa e il 21 settembre, calato il buio, si era presentato in canonica, assieme alla moglie, chiedendo al parroco don Guido di trovargli riparo in qualche maso circostante. Il sacerdote l’aveva fatto fermare quella notte presso di sé, ed era stata solo la prima di numerosissime altre.
Qualche mese fa mi giunse da Bologna una telefonata: era Luigi, uno dei figli dell’ingegnere, che esprimeva il desiderio di conoscermi. Professore di musica presso il Conservatorio di Bologna e noto musicologo, conservava ricordo di quegli anni lontani e drammatici. Ci demmo appuntamento a Riva e mi mise a parte di un’altra storia, collegata alla prima. Una storia che tentava da tempo di rendere nota, mosso da un sentimento di gratitudine e di giustizia per due persone che non avevano esitato a porre a repentaglio la propria vita e quella dei loro figli per salvarlo. Fu così che sentii per la prima volta i nomi di Pietro ed Elisabetta Gardin, due giusti a cui nessuno ha mai dato un riconoscimento e che, forse, mai l’avrebbero voluto, perché, come testimoniano il loro figli Gian Maria e Maria Luisa, esclusivamente mossi «da sentimenti di umana solidarietà che si ribellava alla criminale sopraffazione razziale».
Luigi Rovighi all’inizio del 1944 aveva undici anni e si trovava a Bolzano. Mentre il padre era nascosto in canonica, la gendarmeria tedesca si impegnava in accurate ricerche per scoprire dove egli si trovasse, e, per saperlo, aveva sottoposto la madre a ripetuti interrogatori, minacciandola perfino di ritorsioni sul figlio, qualora non avesse rivelato il nascondiglio. Fu allora che due coniugi veneti, Pietro ed Elisabetta Gardin, appunto, imprenditore tessile lui, insegnante lei, amici di famiglia e genitori di due bambini, senza frapporre indugi, caricarono Luigi in macchina per portarlo al sicuro in una loro fattoria di Caerano San Marco in provincia di Treviso. L’uomo d’oggi ricorda quel viaggio come gravido di pericoli: il piccolo gruppo venne ripetutamente fermato da SS armate che richiesero i documenti e perquisirono la macchina, ed anche una volta giunti a destinazione, i pericoli non cessarono, perché, spesso, nella casa fecero irruzione i tedeschi. Luigi rimase presso i suoi salvatori per due mesi sotto falso nome, finché sua madre lo richiamò a Cloz.
Pietro ed Elisabetta Gardin sono scomparsi rispettivamente nel 1981 e nel 1995. I loro figli, tuttora viventi, risiedono l’uno a Paderno del Grappa, l’altra a Treviso.