di Mario Avagliano
Sulla straordinaria figura di Elio Toaff, ex partigiano, rabbino, intellettuale, uomo del dialogo interreligioso, si è scritto, a giusta ragione, molto in queste ore. Voglio citare un episodio che ho riportato nel mio libro “Di pura razza italiana”, relativo al periodo successivo alle leggi razziste del 1938.
Nel suo libro di memorie (Perfidi giudei fratelli maggiori, Mondadori) Toaff ha raccontato che nell’anno accademico 1938-39 all’università di Pisa, alla quale era iscritto, si recò ben poco perché il «viaggio Livorno-Pisa e viceversa era diventato una specie di calvario per gli studenti di razza ebraica, esposti al dileggio e al disprezzo – qualche volta anche alla violenza – degli studenti fascisti».
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mercoledì 22 aprile 2015
martedì 17 marzo 2015
Storie - Il Giusto siciliano
di Mario AvaglianoDomani a Favara, in provincia di Agrigento, verrà ricordato Calogero Marrone, il deportato politico siciliano morto nel Lager di Dachau e dichiarato nel 2013 "Giusto tra le Nazioni". Il programma prevede alle ore 9, in Piazza della Pace, l’inaugurazione del Giardino della Memoria, con la piantumazione di un albero della vita e la scopertura di un’epigrafe, e alle ore 10, al castello Chiaramonte, un convegno sulla figura di Marrone, con la partecipazione tra gli altri del presidente dell'Istituto Siciliano di studi ebraici Maria Antonietta Ancona, della studiosa Lucia Vincenti, del presidente e del segretario dell'Anpi di Palermo Ottavio Terranova e Angelo Ficarra e di Daniela Marrone, una delle nipoti del Giusto.
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martedì 24 febbraio 2015
Storie - I volenterosi carnefici di Mussolini
di Mario Avagliano
Nei due anni tragici di
Salò e dell’occupazione tedesca del centro nord dell’Italia, numerosi italiani si
prestarono ad essere “volenterosi” carnefici dei loro connazionali ebrei. La retata
a Venezia del 5 dicembre 1943, ad esempio, fu condotta da poliziotti,
carabinieri e volontari del ricostituito partito fascista. E almeno la metà
degli arresti degli ebrei poi deportati ad Auschwitz e in altri Lager fu opera
di italiani, senza ordini o diretta partecipazione dei tedeschi.
A ricordarcelo, con un
agile e documentato saggio pubblicato da Feltrinelli, è Simon Levis Sullam, professore
di Storia Contemporanea presso l'Università Ca' Foscari di Venezia, in I carnefici italiani. Scene dal genocidio degli ebrei, 1943-1945 (pp. 150), il cui titolo rimanda volutamente
a quello del saggio di Goldhagen, "I volonterosi carnefici di
Hitler", che ha riaperto la questione sulla responsabilità dei tedeschi (e
non solo dei nazisti) nella Shoah.
martedì 10 febbraio 2015
Storie - Gli ebrei e il Regno Sabaudo
di Mario AvaglianoLa storia italiana è stata “sempre strettamente connessa con quella più specifica della sua bimillennaria componente ebraica”. Così Pia Jarach ha scritto nella prefazione al libro di Gianfranco Moscati “Gli ebrei sotto il Regno Sabaudo. Combattenti – Resistenza – Shoah” (editore Origrame), dal quale è nata una mostra itinerante che ora giunge a Roma, dove viene presentata domani 11 febbraio alle ore 17,00 presso la Camera dei Deputati (Complesso di Vicolo Valdina).
La mostra, che sarà aperta al pubblico dal 12 al 20 febbraio (ore 10-18, con ingresso a Piazza di Campo Marzio 42), illustra attraverso documenti ed immagini la partecipazione degli ebrei italiani alla vita nazionale nei 150 anni di regno sabaudo, dalle guerre risorgimentali fino alle leggi razziste del 1938, all’adesione alle bande partigiane e alla deportazione nei lager nazisti.
mercoledì 4 febbraio 2015
Storie – A lezione di razzismo nell’Italia fascista
di Mario Avagliano
“Ma fra i nuovi conquistatori si era mescolata la razza giudaica, disseminata lungo le rive del Golfo Persico e sulle coste dell’Arabia, dispersa poi lontano dalla patria d’origine, quasi per maledizione di Dio, e astutamente infiltratasi nelle patrie degli Ariani, Essa aveva inoculato nei popoli nordici uno spirito nuovo fatto di mercantilismo e sete di guadagno, uno spirito che mirava unicamente ad accaparrarsi le maggiori ricchezze della terra. L’Italia di Mussolini, erede della gloriosa civiltà romana, non poteva rimanere inerte davanti a questa associazione di interessi affaristici, seminatrice di discordia, nemica di ogni idealità”.
Così si leggeva ne "Il libro della quinta classe elementare: letture" di Luigi Rinaldi, edizione 1941, nel capitolo "Le razze", per giustificare le misure razziste adottate dal regime a partire dal 1938 nei confronti degli ebrei. È uno dei documenti presentati nella mostra "A lezione di razzismo - Scuola e libri durante la persecuzione antisemita", allestita a Bologna in occasione della Giornata della Memoria, presso il Museo Ebraico, e aperta al pubblico fino all’8 marzo.
mercoledì 26 novembre 2014
Storie - Palatucci e il metodo storico
di Mario AvaglianoIn attesa del 17 dicembre, data in cui la commissione di studiosi incaricata dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane di fare chiarezza sulla figura dell’ex questore di Fiume Giovanni Palatucci, proclamato Giusto tra le Nazioni dallo Yad Vashem nel 1990, dovrebbe presentare le conclusioni dei suoi lavori, due nuovi libri cercano di portare un contributo al dibattito.
Uno è opera del giornalista Nazareno Giusti, “Giovanni Palatucci. Una vita da (ri)scoprire” (Tra le Righe Libri, pp. 160) e l’altro è dello storico e giornalista dell’Osservatore Romano Giovanni Preziosi, “L’affaire Palatucci. ‘Giusto’ o collaborazionista dei nazisti?”, di prossima uscita per le Edizioni “Comitato Palatucci”.
mercoledì 5 novembre 2014
Storie – Il busto di Azzariti, il giurista antisemita
di Mario AvaglianoDa presidente del Tribunale della Razza a presidente della Corte Costituzionale. Il suo busto “adorna” tuttora il corridoio della Suprema Corte (così come tante strade in giro per l’Italia sono ancora intitolate a personaggi razzisti e antisemiti). È la storia paradossale del napoletano Gaetano Azzariti.
Ne avevamo già parlato io e Marco Palmieri nel libro “Di pura razza italiana”. La sua vicenda è stata approfondita da Massimiliano Boni, consigliere della Corte costituzionale, in un saggio sulla rivista del Mulino«Contemporanea», di cui ha parlato anche Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera. Boni ha ricostruito la vita di Azzariti e il suo ruolo importante nella burocrazia razzista del regime di Mussolini, e ha censito 45 libri, saggi e discorsi vari nel catalogo delle biblioteche italiane, con il suo nome nel titolo o tra gli autori. Neppure uno cita la sua fede fascista e la sua consapevole scelta razzista.
giovedì 30 ottobre 2014
Storie – I 90 anni di Gianfranco Moscati
Il prossimo 30 dicembre Gianfranco Moscati compirà 90 anni. Nacque nel 1924, ultimo di cinque figli, in viale Certosa a Milano, e nel dopoguerra ha vissuto tra Napoli e Locarno, in Svizzera.
A queste tre terre è legata la sua storia. A Milano, dopo l’emanazione delle leggi razziste del 1938, subì la persecuzione fascista e, dopo l’8 settembre del 1943, anche quella nazista, e fu costretto a rifugiarsi con la famiglia in Svizzera. A Napoli si trasferì nel 1952, al seguito del fratello Sandro, per motivi di lavoro, e s’innamorò della città del Vesuvio e vi restò per più di cinquant’anni.
giovedì 16 ottobre 2014
Storie – La libreria di Umberto Saba
di Mario Avagliano
Forse si è ancora in tempo per salvare la Libreria Antiquaria di Umberto Saba, uno tra i più significativi “luoghi simbolo” dell’anima culturale mitteleuropea di Trieste oltre che memoria storica del poeta. La libreria, che nel 2012 è stata dichiarata "studio d'artista" dal Ministero dei Beni Culturali, di recente ha ripreso l'attività dopo un periodo di chiusura e di abbandono. Il sindaco Roberto Cosolini e la presidente della Regione Deborah Serracchiani hanno affermato all’unisono che “è un tesoro che merita di essere preservato e valorizzato, a beneficio di Trieste e di tutta la cultura italiana" e a breve Comune e Regione dovrebbero concordare un progetto comune per tutelare il sito, catalogando i volumi e inserendolo nella rete cittadina dei “punti focali” di rilievo turistico prioritario.
Era il 1919, un anno dopo la fine della Grande Guerra, quando Umberto Saba, alias Umberto Poli, acquistò la Libreria Antica e Moderna di Giuseppe Maylaender, in via San Nicolò 30 a Trieste, grazie al lascito ereditario ricevuto da un parente. Avrebbe voluto “buttare nell’Adriatico tutti quei vecchi libri” e rivendere il locale ad un prezzo maggiorato, ma invece rimase “incantato” dai volumi e quindi decise di fare il libraio antiquario.
Forse si è ancora in tempo per salvare la Libreria Antiquaria di Umberto Saba, uno tra i più significativi “luoghi simbolo” dell’anima culturale mitteleuropea di Trieste oltre che memoria storica del poeta. La libreria, che nel 2012 è stata dichiarata "studio d'artista" dal Ministero dei Beni Culturali, di recente ha ripreso l'attività dopo un periodo di chiusura e di abbandono. Il sindaco Roberto Cosolini e la presidente della Regione Deborah Serracchiani hanno affermato all’unisono che “è un tesoro che merita di essere preservato e valorizzato, a beneficio di Trieste e di tutta la cultura italiana" e a breve Comune e Regione dovrebbero concordare un progetto comune per tutelare il sito, catalogando i volumi e inserendolo nella rete cittadina dei “punti focali” di rilievo turistico prioritario.
Era il 1919, un anno dopo la fine della Grande Guerra, quando Umberto Saba, alias Umberto Poli, acquistò la Libreria Antica e Moderna di Giuseppe Maylaender, in via San Nicolò 30 a Trieste, grazie al lascito ereditario ricevuto da un parente. Avrebbe voluto “buttare nell’Adriatico tutti quei vecchi libri” e rivendere il locale ad un prezzo maggiorato, ma invece rimase “incantato” dai volumi e quindi decise di fare il libraio antiquario.
martedì 26 agosto 2014
Storie - Il censimento del 1938
di Mario AvaglianoAnche nel Novecento, in estate la burocrazia andava in vacanza. Ma in quell’agosto del 1938 il regime fascista di Benito Mussolini richiamò in servizio prefetti, uffici comunali, carabinieri, responsabili del partito e via dicendo, per affidare loro il delicato compito del censimento degli ebrei in Italia. L’operazione fu ordinata con priorità assoluta, con la richiesta ai funzionari di mantenere massima segretezza sulla procedura (nei telegrammi la parola ebreo era in cifra e corrispondeva a 24535).
«Avverto – scrisse prima di Ferragosto il Prefetto di Firenze al podestà, fotografando bene lo spirito dell’iniziativa – che il lavoro di rilevazione dovrà essere compiuto fascisticamente, con celerità ed assoluta precisione, sotto la Vostra personale direzione e responsabilità».
mercoledì 13 agosto 2014
Storie - "La guerra che non ho combattuto"
di Mario Avagliano Come si stava dalla parte di chi è perseguitato durante una guerra violenta come quella del 1939-1945? Ce lo racconta il diario di Giulio Supino, “Diario della guerra che non ho combattuto. Un italiano ebreo tra persecuzione e Resistenza”, appena uscito per i tipi di Aska Edizioni, a cura di Michele Sarfatti, che firma anche la prefazione.
Supino, professore di Idraulica espulso dall’Università nel 1938 perché ebreo, appuntò su alcuni taccuini nel 1939-1940 e nel 1943-1945 (per il periodo intermedio sono conservati fogli sparsi) le sue impressioni sulla vita di quegli anni a Bologna, le vicende belliche, la persecuzione antiebraica, l'inizio del suo impegno antifascista, e poi la Resistenza nelle fila del Partito d'Azione, la partecipazione alla vita sociale, lo studio, la rete amicale, la vita clandestina con la famiglia a Firenze nel 1943-1944, e l'impegno nella ricostruzione, fino al rientro a Bologna appena liberata.
Annotazioni che riflettono lo stato d’animo di chi è perseguitato, come quando nell’agosto del 1939, ripensando alla campagna di stampa che parla di “ebrei guerrafondai”, Supino di fronte all’opportunità che la consorte Camilla torni da Londra in Italia, scrive: “io non mi sento di affidare moglie e figlia a questi f.(ascisti)”.
mercoledì 16 luglio 2014
Storie – Canessa, il poliziotto giusto
di Mario Avagliano
Nell’Italia occupata del 1943-1945 era possibile anche un’altra scelta, oltre a quella del collaborazionismo di Salò con i tedeschi o dell’indifferenza. A testimoniarlo, a rischio della propria vita, ci furono uomini come Mario Canessa, scomparso – come ha scritto L’Unione Informa qualche giorno fa – lo scorso 7 luglio a Livorno, all’età di 97 anni.
Nell’Italia occupata del 1943-1945 era possibile anche un’altra scelta, oltre a quella del collaborazionismo di Salò con i tedeschi o dell’indifferenza. A testimoniarlo, a rischio della propria vita, ci furono uomini come Mario Canessa, scomparso – come ha scritto L’Unione Informa qualche giorno fa – lo scorso 7 luglio a Livorno, all’età di 97 anni.
La sua storia merita di essere ricordata.
Canessa, nato a Volterra (Pisa) il 20 novembre 1917, fece carriera nella polizia, iniziando come semplice agente e raggiungendo, dopo la guerra e la laurea in giurisprudenza all’Università Cattolica di Milano, l’incarico di dirigente generale al Ministero degli Interni.
martedì 8 luglio 2014
Storie - Il razzista Almirante
Piccolo ripasso di storia su Giorgio Almirante. Quando nell’agosto del 1938 il siciliano Telesio Interlandi, campione dell’antisemitismo fascista, viene nominato da Mussolini direttore dell’ignobile rivista «La Difesa della razza», chiama alla segreteria di redazione il suo giovane collaboratore al «Tevere» Almirante, nato a Salsomaggiore Terme, rampollo di una nobile famiglia molisana, che poi nel dopoguerra sarebbe diventato segretario del Msi.
Almirante si mette subito in luce. In un articolo sul numero 6 della rivista di quello stesso anno, intitolato Né con 98 né con 998, esplicita così la sua convinzione razzista: «il razzismo è il più vasto e coraggioso riconoscimento di sé che l'Italia abbia mai tentato. Chi teme ancor oggi che si tratti di un'imitazione straniera non si accorge di ragionare per assurdo».
martedì 10 giugno 2014
Storie - Sarfatti in tedesco
di Mario Avagliano
E’ dalla scorsa
settimana in libreria in Germania il saggio "Gli ebrei nell'Italia
fascista" di Michele Sarfatti (Einaudi), finalmente disponibile oltre che
in traduzione inglese ("The Jews in Mussolini's Italy") anche in
lingua tedesca. Il titolo è "Die Juden im
Faschistischen Italien. Geschichte,Identität, Verfolgung", De
Gruyter,Berlin 2014, con la traduzione di Thomas Vormbaum e Loredana Melissari.
E’ dalla scorsa
settimana in libreria in Germania il saggio "Gli ebrei nell'Italia
fascista" di Michele Sarfatti (Einaudi), finalmente disponibile oltre che
in traduzione inglese ("The Jews in Mussolini's Italy") anche in
lingua tedesca. Il titolo è "Die Juden im
Faschistischen Italien. Geschichte,Identität, Verfolgung", De
Gruyter,Berlin 2014, con la traduzione di Thomas Vormbaum e Loredana Melissari.
Un
bel riconoscimento per lo storico italiano che più di ogni altro ha
scandagliato le vicende della persecuzione degli ebrei nel nostro Paese. E un
modo per far conoscere meglio anche in Germania le leggi razziste del 1938 e la
persecuzione delle vite successiva all‘8 settembre 1943.
(L'Unione
Informa e Moked.it del 10 giugno 2014)
giovedì 29 maggio 2014
Storie – Noemi Cingoli, dal liceo artistico “Via di Ripetta” ad Auschwitz
di Mario Avagliano
Ci sono tante storie di deportati ancora sconosciute ai più, che escono dal “cono d’ombra” della Shoah solo grazie al meritevole sforzo di qualche ricercatore o di qualche persona dotata di buona volontà e di passione civile. Una di queste storie è quella della romana Noemi Cingoli, ex studentessa del Liceo artistico “Via di Ripetta”, la cui vicenda umana è stata ricostruita da Costanzo Di Giovanni, docente di matematica e fisica in quello stesso istituto, con l’intento di “restituire dignità a coloro che non tornarono”.
Da ragazza Noemi ha copiato i gessi dei Dioscuri che giganteggiano nell'aula magna del Liceo artistico e il 23 maggio scorso la sua figura è stata ricordata proprio lì, con un appassionato intervento di Piero Terracina, che nel maggio del 1944 viaggiò nello stesso treno di Noemi diretto ad Auschwitz, e con l’inaugurazione di una stele commemorativa. Per inciso, va ricordato che in questo istituto, nel 2008, un professore negazionista aveva urlato che la Shoah non esiste.
Ci sono tante storie di deportati ancora sconosciute ai più, che escono dal “cono d’ombra” della Shoah solo grazie al meritevole sforzo di qualche ricercatore o di qualche persona dotata di buona volontà e di passione civile. Una di queste storie è quella della romana Noemi Cingoli, ex studentessa del Liceo artistico “Via di Ripetta”, la cui vicenda umana è stata ricostruita da Costanzo Di Giovanni, docente di matematica e fisica in quello stesso istituto, con l’intento di “restituire dignità a coloro che non tornarono”.
Da ragazza Noemi ha copiato i gessi dei Dioscuri che giganteggiano nell'aula magna del Liceo artistico e il 23 maggio scorso la sua figura è stata ricordata proprio lì, con un appassionato intervento di Piero Terracina, che nel maggio del 1944 viaggiò nello stesso treno di Noemi diretto ad Auschwitz, e con l’inaugurazione di una stele commemorativa. Per inciso, va ricordato che in questo istituto, nel 2008, un professore negazionista aveva urlato che la Shoah non esiste.
martedì 6 maggio 2014
Storie – Commediografo senza nome
di Mario Avagliano
Due segnalazioni interessanti. Oggi 6 maggio, alle ore 17.30, presso la sala conferenze dell'Istituto piemontese per la storia della Resistenza, sarà presentato il libro di Luca Fenoglio Angelo Donati e la "questione ebraica" nella Francia occupata dall'esercito italiano (Zamorani). Il saggio ricostruisce la vicenda di Angelo Donati, ebreo, fante in trincea durante la prima guerra mondiale, poi cofondatore del fascio di Parigi, che nei dieci mesi dell’occupazione italiana della Francia meridionale si adoperò per salvare molti suoi correligionari dalla deportazione.
Ieri invece, alla Casa della Memoria e della Storia di Roma, si è tenuta una giornata in ricordo di Aldo De Benedetti, scrittore, commediografo e sceneggiatore tradotto e messo-in-scena anche all'estero, attivo sin dagli anni Trenta. Dopo l’approvazione delle leggi razziali, fu costretto a firmare i suoi lavori con lo pseudonimo di Benedetto Laddei. Sono stati letti brani dei suoi testi ed è stato proiettato il film Due lettere anonime di Mario Camerini, datato 1945 e interpretato da Clara Calamai e Andrea Checchi (vincitore del Nastro d'Argento 1946 come miglior attore protagonista), sceneggiato da Aldo De Benedetti senza che il suo nome potesse comparire sulle locandine. Anche questo accadeva in Italia sotto il fascismo.
(L'Unione Informa e Moked.it del 6 maggio 2014)
Due segnalazioni interessanti. Oggi 6 maggio, alle ore 17.30, presso la sala conferenze dell'Istituto piemontese per la storia della Resistenza, sarà presentato il libro di Luca Fenoglio Angelo Donati e la "questione ebraica" nella Francia occupata dall'esercito italiano (Zamorani). Il saggio ricostruisce la vicenda di Angelo Donati, ebreo, fante in trincea durante la prima guerra mondiale, poi cofondatore del fascio di Parigi, che nei dieci mesi dell’occupazione italiana della Francia meridionale si adoperò per salvare molti suoi correligionari dalla deportazione.
Ieri invece, alla Casa della Memoria e della Storia di Roma, si è tenuta una giornata in ricordo di Aldo De Benedetti, scrittore, commediografo e sceneggiatore tradotto e messo-in-scena anche all'estero, attivo sin dagli anni Trenta. Dopo l’approvazione delle leggi razziali, fu costretto a firmare i suoi lavori con lo pseudonimo di Benedetto Laddei. Sono stati letti brani dei suoi testi ed è stato proiettato il film Due lettere anonime di Mario Camerini, datato 1945 e interpretato da Clara Calamai e Andrea Checchi (vincitore del Nastro d'Argento 1946 come miglior attore protagonista), sceneggiato da Aldo De Benedetti senza che il suo nome potesse comparire sulle locandine. Anche questo accadeva in Italia sotto il fascismo.
(L'Unione Informa e Moked.it del 6 maggio 2014)
mercoledì 9 aprile 2014
Storie - I Paggi di Pitigliano
di Mario Avagliano
Una
famiglia, i Paggi. Una città, Pitigliano (e la vicina Sorano). Un ramo della
diaspora ebraica, i Sefarditi. La storia è fatta di microstorie, di frammenti
di memoria, di vicende di persone. Un frammento familiare che racconta molte
cose della vita degli ebrei italiani a cavallo tra il Cinquecento e il
Novecento è la preziosa ricostruzione delle vicende dei Paggi realizzata, con spirito da cronista e con passione
civile, da Vera Paggi nel libro “Il vicolo degli Azzimi. Dal ghetto di
Pitigliano al miracolo economico” (Panozzo editore).
Una
famiglia, i Paggi. Una città, Pitigliano (e la vicina Sorano). Un ramo della
diaspora ebraica, i Sefarditi. La storia è fatta di microstorie, di frammenti
di memoria, di vicende di persone. Un frammento familiare che racconta molte
cose della vita degli ebrei italiani a cavallo tra il Cinquecento e il
Novecento è la preziosa ricostruzione delle vicende dei Paggi realizzata, con spirito da cronista e con passione
civile, da Vera Paggi nel libro “Il vicolo degli Azzimi. Dal ghetto di
Pitigliano al miracolo economico” (Panozzo editore).
Le origini del
cognome Paggi sono abbastanza misteriose. Qualcuno
sostiene che i Paggi fossero ebrei originari della Spagna, da dove fuggirono
verso la fine del 1400 per salvarsi dalle persecuzioni. E dalla Spagna
sarebbero sbarcati in Toscana, per poi trovare rifugio e protezione a
Pitigliano. Un’altra fonte, invece, sostiene che i Paggi ebrei fossero in
Italia da molto tempo prima delle persecuzioni spagnole, e il cognome deriverebbe
dalla posizione che occupavano alla corte dei Papi da dove furono costretti -
come molti altri ebrei dell'Italia Centrale, ad esempio i Servi - a fuggire
dopo la metà del XVI secolo, anche qui incalzati dalle persecuzioni. A
Pitigliano sarebbero stati accolti dagli Orsini. Ma Vera Paggi indica un’altra
fonte interessante, il libro I cognomi Sardi di origine ebraica, da cui
risulterebbero Paci, Paxi e il sefardita Pache e Pace come traduzione italiana
di Shalom.
mercoledì 5 marzo 2014
Storie - Sul processo Eichmann
di Mario Avagliano
Mezzo secolo fa, nel 1961, a Gerusalemme si celebrò lo storico processo ad Adolf Eichmann, catturato in Argentina dai servizi segreti israeliani. Il processo a Eichmann fu il primo procedimento giudiziario per crimini nazisti celebrato in Israele e il primo ad essere trasmesso integralmente in televisione, con il coinvolgimento di mass media di tutto il mondo.
Lo Stato d'Israele, nato nel 1948, volle celebrare il processo davanti a una Corte di giustizia ordinaria, per dimostrare a tutte le Nazioni cosa fosse stata la Shoah. Fu quindi un processo storico, che segnò un discrimine fondamentale nella ricostruzione della storia della persecuzione degli ebrei. Eppure, nonostante la sua importanza, il processo ancora oggi è assai poco conosciuto nelle sue mille storie e testimonianze, molte delle quali relative all’Italia.
È merito di una piccola casa editrice di Fidenza, la Mattioli 1885, aver avviato un prezioso progetto editoriale, che ha ricevuto anche il patrocinio dell’Ucei, volto a pubblicare tutti gli atti e le testimonianze del Processo Eichmann: 13mila cartelle in varie lingue, principalmente in ebraico, che per la prima volta sono state tradotte e organizzate in una pubblicazione, curata da Livio Crescenzi.
Mezzo secolo fa, nel 1961, a Gerusalemme si celebrò lo storico processo ad Adolf Eichmann, catturato in Argentina dai servizi segreti israeliani. Il processo a Eichmann fu il primo procedimento giudiziario per crimini nazisti celebrato in Israele e il primo ad essere trasmesso integralmente in televisione, con il coinvolgimento di mass media di tutto il mondo.
Lo Stato d'Israele, nato nel 1948, volle celebrare il processo davanti a una Corte di giustizia ordinaria, per dimostrare a tutte le Nazioni cosa fosse stata la Shoah. Fu quindi un processo storico, che segnò un discrimine fondamentale nella ricostruzione della storia della persecuzione degli ebrei. Eppure, nonostante la sua importanza, il processo ancora oggi è assai poco conosciuto nelle sue mille storie e testimonianze, molte delle quali relative all’Italia.
È merito di una piccola casa editrice di Fidenza, la Mattioli 1885, aver avviato un prezioso progetto editoriale, che ha ricevuto anche il patrocinio dell’Ucei, volto a pubblicare tutti gli atti e le testimonianze del Processo Eichmann: 13mila cartelle in varie lingue, principalmente in ebraico, che per la prima volta sono state tradotte e organizzate in una pubblicazione, curata da Livio Crescenzi.
martedì 18 febbraio 2014
Storie – Piero Terracina, foto di una vita
di Mario Avagliano
Uno dei Testimoni più straordinari della Shoah italiana è il romano Piero Terracina. Fino al 7 marzo 2014 è in corso al Goethe-Institut di Roma una mostra a lui dedicata, con foto del tedesco Georg Pöhlein e una audio-documentario intitolato “Perché Piero Terracina ha rotto il suo silenzio” a cura di Andrea Pomplun e dello stesso Georg Pöhlein.
Piero Terracina, classe 1928, subì, come tutti gli ebrei italiani, l’infamia delle leggi razziste. Il 15 novembre del 1938, quando entrò in classe e si diresse verso il suo banco, si sentì addosso gli occhi di tutti i suoi compagni. L'insegnante lo bloccò e gli disse: "Esci, che tu non puoi stare qui". Dopo l’armistizio, Piero Terracina sfuggì alla retata del 16 ottobre 1943. Arrestato il 7 aprile 1944, fu deportato, assieme agli otto componenti della sua famiglia, ad Auschwitz, da dove solo lui tornò vivo. Terracina, come altri deportati, si chiuse in un lungo silenzio ed iniziò a parlare della sua vicenda solo a partire dal 1992.
Uno dei Testimoni più straordinari della Shoah italiana è il romano Piero Terracina. Fino al 7 marzo 2014 è in corso al Goethe-Institut di Roma una mostra a lui dedicata, con foto del tedesco Georg Pöhlein e una audio-documentario intitolato “Perché Piero Terracina ha rotto il suo silenzio” a cura di Andrea Pomplun e dello stesso Georg Pöhlein.
Piero Terracina, classe 1928, subì, come tutti gli ebrei italiani, l’infamia delle leggi razziste. Il 15 novembre del 1938, quando entrò in classe e si diresse verso il suo banco, si sentì addosso gli occhi di tutti i suoi compagni. L'insegnante lo bloccò e gli disse: "Esci, che tu non puoi stare qui". Dopo l’armistizio, Piero Terracina sfuggì alla retata del 16 ottobre 1943. Arrestato il 7 aprile 1944, fu deportato, assieme agli otto componenti della sua famiglia, ad Auschwitz, da dove solo lui tornò vivo. Terracina, come altri deportati, si chiuse in un lungo silenzio ed iniziò a parlare della sua vicenda solo a partire dal 1992.
mercoledì 8 gennaio 2014
Storie – Zi’ Mario Limentani, il testimone di Mauthausen
Mario Limentani
di Mario AvaglianoLo chiamano ancora oggi «il Veneziano», anche se vive ininterrottamente a Roma dai primi anni Trenta, a parte la drammatica parentesi dei due anni di deportazione. Mario Limentani, detto Zi’ Mario, a 90 anni di età è uno dei pochi sopravvissuti di quei circa 1.700 ebrei della comunità più popolosa d’Italia che, durante i nove mesi di occupazione tedesca della capitale, tra il settembre del 1943 e il giugno del 1944, vennero estirpati a forza dalle loro case e tradotti nell’inferno dei Lager del Reich. La sua storia, per tanti aspetti unica ed esemplare, è stata per la prima volta raccontata in modo organico e completo nel libro intitolato “La scala della morte. Mario Limentani da Venezia a Roma, via Mauthausen” (Marlin editore), scritto da Grazia Di Veroli, che con delicatezza e rispetto della sfera privata dell’interlocutore, ha sapientemente collazionato i suoi ricordi di oggi con le interviste rilasciate dallo stesso Limentani negli ultimi venti anni, a partire da quelle al Cdec e alla Shoah Foundation di Spielberg. Il saggio sarà presentato dal Centro di Cultura Ebraica, l’Aned di Roma e la Libreria Ebraica “Kiryat Sefer” giovedì 9 gennaio 2014, alle 20.30, presso il Museo Ebraico di Roma (via Catalana/Largo 16 ottobre). Intervengono, oltre al sottoscritto, Anna Foa e Marcello Pezzetti. Saranno presenti l’autrice e Mario Limentani.
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