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martedì 15 ottobre 2019

L’Italia del “Dopoguerra” ballava sulle macerie ma era divisa su tutto (Il Piccolo di Trieste)

di Paolo Marcolin

Nel libro di Mario Avagliano  e Marco Palmieri edito dal Mulino una ricostruzione degli anni fra la Liberazione e la nascita della Costituzione
“Quando dissi l’ultima battuta di ‘Napoli milionaria’ - raccontò anni dopo Eduardo - scoppiò un applauso furioso, e poi un pianto irrefrenabile, tutti piangevano. Io avevo detto il dolore di tutti”. Quel “ha da passà ‘a nuttata”, divenuto poi proverbiale, ebbe la forza di interpretare lo smarrimento, l’incertezza e la speranza di un intero Paese. L’Italia sferzata dalla violenza, dalla povertà e dal sudiciume che usciva da una lunga e disastrosa guerra, raccontata da Malaparte o dai film del neorealismo rivive nelle pagine di “Dopoguerra” (Il Mulino, Pagg. 495, Euro 28,00).

martedì 3 aprile 2018

Da Baffone agli immigrati la paura ha fatto un Quarantotto

di Marco Bracconi


Oggi come allora, una campagna allarmista e, poi, una secca sconfitta per la sinistra. Ma le analogie non si fermano qui, a iniziare dalle fake news. Due storici le mettono in fila Tasto indietro. Rivediamo il film dall’inizio. E poi torniamo alla fine. Il ‘48 e oggi. Ma state attenti, non parliamo del 1848, che pure forse ci starebbe, visto che fu anno di gran rivoluzioni, bensì del più vicino 1948. Quando nella cabina elettorale c’era Dio che ti guardava, non come oggi che, al massimo, ti guarda il figlio di Casaleggio. Storicamente parlando, il gioco delle somiglianze e delle differenze è sempre un gran rischio. Ma, se perfino Marco Minniti, all’indomani del 4 marzo ha parlato di «una batosta peggio del ’48», allora il gioco vale la candela.


Soprattutto se ad accenderla sono due storici che su quell’anno della nostra Repubblica hanno scritto un libro documentatissimo, divertente e per certi versi illuminante. «Sconfitta peggiore di quella? Non so. I comunisti non furono così scontenti di perdere, sarebbe stato difficile gestire la vittoria in quel contesto internazionale. E poi il loro vero obiettivo era prendere più voti dei socialisti, e lo colsero», dice Mario Avagliano, assieme a Marco Palmieri autore di 1948. Gli italiani nell’anno della svolta. Fatti, cronache e retroscena della baraonda culturale, politica, sociale e verbale che precedette il 18 aprile, vale a dire la data dello scontro epico tra la Dc e il Fronte popolare.

mercoledì 5 aprile 2017

Il lato nascosto di Salò: la "resistenza nera" al Sud

di Roberto Chiarini

Dai «figli di stronza» di Elio Vittorini ai «quindicenni sbranati dalla primavera» di Francesco De Gregori, passando per i «non uomini» segnati dal «marchio di Caino» per finire con gli «esuli in patria» figli di nessuno: il destino di chi ha aderito alla Repubblica sociale è stato di reprobi sul piano morale e di feroci persecutori dei partigiani su quello politico.

 Insomma, ha oscillato a lungo tra il «disconoscimento totale» della loro umanità e la taccia di essere «gregari» di un «regime fantoccio» al servizio dello straniero occupante, fautore di una causa aberrante che riservava un futuro di schiavitù e di oppressione ai popoli dell'intera Europa. Risultato: non solo nel dibattito politico ma anche nella considerazione storiografica, sui «ragazzi di Salò» ha gravato un pesante cono d'ombra fatto di silenzio e di disprezzo. Esattamente quel che si meritano dei sanguinari che non si sono fermati di fronte al baratro di una guerra fratricida in cui avrebbero cacciato il proprio Paese pur di soddisfare la loro sete di violenza.

Ci sono voluti, prima le possenti spallate inferte da Renzo De Felice al pregiudizio che riduceva il fascismo a regime dittatoriale imposto di forza a un popolo di democratici, poi il coraggioso cambio di passo impresso agli studi sul Ventennio da Claudio Pavone con lo sdoganamento della categoria storiografica di guerra civile per liberare la considerazione dei «Balilla che andarono a Salò» dal vizio della loro demonizzazione. Stiamo parlando praticamente dell'intera generazione dei nati nel 1924 e '25. Se infatti si sommano ai volontari i giovani chiamati alla leva che o per un'atavica sudditanza all'autorità costituita o per un malinteso spirito di servizio o per un più elementare, comprensibile desiderio di sfuggire alla pena di morte riservata ai renitenti, si raggiunge la somma di più di 500mila ragazzi che alla fine misero comunque in gioco la loro vita per una causa che, bene o male, sapevano persa in partenza.

Al confino morale e politico comminato loro dai vincitori si è paradossalmente sommato il cieco spirito di rivalsa dei «vinti» e dei loro epigoni, cui il rancore ha fatto velo a un'auspicabile rielaborazione critica della «scelta sbagliata» da loro compiuta.

Ora di questo vasto e variegato mondo di vinti disponiamo di un'opera sistematica. Sulla scorta di un'accurata investigazione di fonti archivistiche edite e inedite nonché della cospicua letteratura accumulatasi nel frattempo in materia, Mario Avagliano e Marco Palmieri con il saggio L'Italia di Salò. 1943-1945 (Il Mulino, pagg. 490, euro 28) ci mettono in condizione di articolare un giudizio sull'argomento a ragion veduta. 

L’Italia di Salò. 1943-1945 (Il Mulino)


Nei venti mesi che vanno dall’annuncio dell’armistizio, l’8 settembre 1943, all’uccisione di Mussolini e alla fine della guerra, nell’aprile del 1945, l’Italia non solo continuò a essere un campo di battaglia tra eserciti stranieri – gli Alleati che avanzavano da sud e i tedeschi che occupavano il centro-nord – ma diventò anche teatro di una sanguinosa «guerra civile» e «contro i civili», che vide coinvolti su fronti opposti coloro diedero vita alla Resistenza e coloro che rimasero fedeli al fascismo, aderendo alla Repubblica di Salò.

Nel dopoguerra, però, il punto di vista resistenziale è stato oggetto di innumerevoli studi e ricerche e ha rappresentato una narrativa dominante. Al contrario, la vicenda dei tanti italiani che scelsero di combattere dalla parte sbagliata è rimasta a lungo marginale, finendo per rappresentare un vuoto, un autentico tassello mancante nel panorama storiografico e della memoria di quel complesso periodo, che segnò lo spartiacque tra la dittatura fascista e la democrazia. 

In particolare, restava ancora da scandagliare in profondità lo spettro delle motivazioni che indussero oltre mezzo milione di italiani – uomini e donne, spesso giovanissimi – ad aderire e combattere, in molti casi volontariamente, per la Rsi. Cosa che fa, in modo documentatissimo, il saggio storico L’Italia di Salò. 1943-1945 (Il Mulino, pp. 490, euro 28), di Mario Avagliano e Marco Palmieri.

venerdì 24 aprile 2015

La storia dell'eroismo ebraico. Il diritto di liberare i propri fratelli e di combattere l'islamofascismo

Intervista a Mario Avagliano sulla storia della Brigata Ebraica

a cura di Leonardo Rossi

Come e perché nasce l'idea di costituire una Brigata Ebraica? 
Già dopo l'invasione tedesca della Polonia, nel settembre del 1939 l'Agenzia Ebraica offrì l'appoggio della comunità ebraica di Erez Israel allo sforzo bellico degli Alleati e propose di dare vita, come già avvenuto durante la Grande Guerra, a una forza armata ebraica che partecipasse al conflitto contro l’odiato Hitler, che perseguitava da anni gli ebrei in Europa. Londra respinse a lungo la proposta, temendo da un lato la reazione degli arabi e dall’altro che questo significasse un lasciapassare al processo di costituzione di uno Stato ebraico. Ai  volontari arabi ed ebrei fu consentito solo di entrare nelle varie unità dell'esercito inglese.  Ma alla fine, dopo sei anni di negoziazione, la campagna ebraica per un esercito nazionale, alimentata da personaggi come Vladimir Jabotinsky, uno dei fondatori della Legione ebraica dell’esercito britannico durante la Grande Guerra, Chaim Weizmann, leader del Movimento Sionista, e Benzion Netanyahu, padre dell’attuale premier di Israele, e appoggiata anche oltreoceano, ad esempio da molte stelle di Hollywood e di Broadway, ebbe finalmente successo. Fu Winston Churchill, subentrato a Neville Chamberlain alla guida del governo, a dare il via libera nel settembre del 1944, d'accordo col Presidente americano Roosevelt, alla creazione della Brigata Ebraica, esprimendo il suo favore all'idea che gli ebrei potessero combattere “contro gli assassini dei loro connazionali in Europa”.

giovedì 23 aprile 2015

Intervista ad Emilio Gentile: 'La Resistenza valore fondante da condividere'

di Mario Avagliano
“La Resistenza, come il Risorgimento, rappresenta un patrimonio nazionale di valori che andrebbe condiviso da tutti, senza contrapposizioni politiche o ideologiche”. È la convinzione dello storico Emilio Gentile, il massimo studioso del fascismo, che sabato 25 aprile, alle 16.30, presso l’Auditorium Parco della Musica a Roma, parlerà del mito conteso della Resistenza e della Liberazione.Professore, oggi qual è il valore del 25 aprile?
Esattamente quello di 70 anni fa: è la data simbolo della partecipazione italiana alla guerra degli Alleati per la liberazione del Paese dal nazifascismo. E poiché la liberazione è avvenuta propugnando gli ideali comuni della libertà, della democrazia e della giustizia sociale, se non abbiamo rinunciato a nessuno di questi valori, essi sono ancora attuali.

mercoledì 22 aprile 2015

Storie - il mio ricordo di Elio Toaff

di Mario Avagliano

Sulla straordinaria figura di Elio Toaff, ex partigiano, rabbino, intellettuale, uomo del dialogo interreligioso, si è scritto, a giusta ragione, molto in queste ore. Voglio citare un episodio che ho riportato nel mio libro “Di pura razza italiana”, relativo al periodo successivo alle leggi razziste del 1938.
Nel suo libro di memorie (Perfidi giudei fratelli maggiori, Mondadori) Toaff ha raccontato che nell’anno accademico 1938-39 all’università di Pisa, alla quale era iscritto, si recò ben poco perché il «viaggio Livorno-Pisa e viceversa era diventato una specie di calvario per gli studenti di razza ebraica, esposti al dileggio e al disprezzo – qualche volta anche alla violenza – degli studenti fascisti».

lunedì 20 aprile 2015

Come e perché Mussolini e le sue guerre ebbero tanta popolarità

Introduzione alla presentazione del libro “Vincere e Vinceremo”

di Massimo Taborri
Circolo Culturale Montesacro, 11 aprile 2015

 - Prima di entrare nel merito della pagine del bel libro “Vincere e Vinceremo”, Gli italiani al fronte tra il ’40 e il ’43, ho pensato di aprire insolitamente questa mia introduzione con una breve notazione di carattere familiare che non mi pare stonata nel contesto delle cose di cui parleremo, perché se avessi saputo che Mario Avagliano e Marco Palmieri stavano lavorando ad un’opera così vasta e approfondita – come quella che presentiamo oggi – avrei volentieri messo a loro disposizione un piccolo archivio di famiglia, formato da 24 lettere scritte da un mio parente, uno zio che portava il mio stesso cognome Taborri, che ha concluso la sua esistenza in Russia durante la tragica ritirata dei primi mesi del ’43.

 - Un ragazzo di 20 anni, Otello, chiamato subito a combattere sulle Alpi Occidentali, sul confine francese, poi in Grecia e quindi in Russia con la Divisione Tridentina

 - Tra queste lettere ce n’è una spedita dal Moncenisio che porta la data del 20 giugno ’40. Sono dunque i giorni della guerra con la Francia, quelli della famosa pugnalata alla schiena (visto che – come è noto - l’esercito tedesco aveva già piegato l’Armata francese entrando il 14 giugno a Parigi), durante i quali l’esercito italiano arrivò a Mentone e in poche altre località delle prime valli francesi, appena al di là delle Alpi.

 - La guerra dichiarata da Mussolini il 10 giugno del ’40 che, sul fronte francese, impegnò i reparti italiani solo per 4 o 5 giorni, visto che le operazioni militari praticamente presero avvio intorno al 20 giugno e appena cinque giorni dopo fu firmato dalla Francia, a Parigi, l’armistizio con le potenze dell’Asse.

lunedì 30 marzo 2015

Vincere e vinceremo! - La recensione del Sole 24 Ore Domenica


LA BIBLIOTECA 

di Giorgio Dell'Arti 

Soldati di stanza in Africa 

Assalto. «Caro Mario, con ogni probabilità domani mattina all'alba si va all'assalto; se la va bene sarà una magnifica esperienza di vita, se la va male farò la morte più bella che un italiano di vent'anni oggi possa fare» (lettera al fratello del lombardo Cesare Tosi, caduto a vent'anni in Albania, il 20 gennaio 1941).
Lettere. Durante il primo anno di guerra, 9.285.000 lettere. 
Censura. Gli uomini impiegati a controllare la corrispondenza esaminavano mediamente 150-200 lettere al giorno. 
Tipologie. Le lettere potevano essere bollate come "ammesse in corso", "ammesse in corso dopo censura parziale", da "sequestrare", da "incriminare". 
Cretino. Scrive il capitano Luigi Guerrieri Gonzaga dell'artiglieria a cavallo il 21 febbraio 1942: «Mi secca molto che un cretino di censore abbia sporcacciato tutta una mia lettera per te; deve essere un gran fesso quel tale e gli farebbe bene un po' di Russia vorrei ritrovarlo quando rientreremo in Patria. lo sono sicuro di quanto scrivo; non metto mai nulla che possa anche lontanamente servire di indicazione o comunque essere "pericoloso"».

venerdì 27 marzo 2015

Quelli di Radio Caterina - altro libero della collana "Il Filo Spinato"


E questo è l'ultimo nato della collana storica "Il Filo Spinato" della Marlin Editore, diretta da Mario Avagliano e Marco Palmieri

 
 ARRIGO BOMPANI
QUELLI DI RADIO CATERINA
A cura di Antonio Ceglia

Presentazione di Angelo Tranfaglia
IL LIBRO 
Il volume accoglie la narrazione delle vicende accadute dall’8 settembre 1943 al 24 agosto 1945, periodo di prigionia del Tenente Arrigo Bompani, dal momento della cattura del reparto da lui comandato, di stanza nell’entroterra ligure. La lunga tradotta lo porta a Sandbostel, nella bassa Sassonia, e Bompani racconta i disagi e le angherie sopportate dagli italiani nei vari Lager. Un lungo accenno ai dinieghi degli IMI (Internati Militari Italiani) alle continue richieste di collaborazione, avanzate dai tedeschi e dai repubblichini, fa risaltare l’eroica dignità dei nostri soldati che, pur vivendo una vita al limite della sopportazione, non cedono alle lusinghe di nazisti e fascisti. 

giovedì 26 marzo 2015

Pane secco e Avemarie - il nuovo libro della collana "Il Filo Spinato"


VALERIA NICOLIS PANE SECCO
E AVEMARIE
Due militari italiani nei Lager nazisti Introduzione di Mario Avagliano

IL LIBRO 

In queste pagine sono raccolte le vicende simili e diverse di due futuri amici accomunati dall’esperienza di prigionia, Enrico Bertolini e Luigi Montresor. Il Bertolini (1923-1982), nonno materno dell’autrice, aveva da poco compiuto vent’anni quando venne catturato presso Atene dopo l’armistizio dell’8 settembre e diventò un IMI, un internato militare italiano. 

giovedì 12 febbraio 2015

Vincere e vinceremo, lo specchio dell'Italia fascista che fu



di Enrico Zuccaro

Con Vincere e Vinceremo, l’ormai collaudato binomio Avagliano-Palmieri prosegue nella sua opera di rigorosa revisione della nostra storia nazionale per troppo anni intrisa di tanta retorica e luoghi comuni.
Tra questi ultimi quello secondo cui  gli italiani non vollero  e sopportarono a malincuore la decisione del fascismo di entrare in guerra nel 1940 a fianco dell’allora Germania nazista.
In realtà le cose andarono diversamente, perché tanti italiani vollero la guerra, salvo poi pentirsene, come gli autori dimostrano non attraverso l’analisi dei documenti ufficiali, bensì tramite una lettura attenta, critica e ben contestualizzata di centinaia di lettere di combattenti, relazioni di polizia, carabinieri, spie e fiduciari dell’ occhiuto apparato repressivo del regime fascista.
La storia propostaci dagli autori è quindi una storia scritta più che mai dall’interno, una storia di  donne e uomini che combatterono e soffrirono tra il 1940 ed il 1943, UNA STORIA POTREMMO DIRE “EMOTIVA”, come  ci suggerisco gli autori nella loro introduzione,  ma che sin dalle prime pagine assume l’autorevolezza di un analitico saggio sull’opinione pubblica degli italiani di allora.

mercoledì 11 febbraio 2015

Foibe, il dramma degli italiani di Istria e Dalmazia



di Mario Avagliano

“Per troppo tempo le sofferenze patite dagli italiani giuliano-dalmati con la tragedia delle foibe e dell'esodo hanno costituito una pagina strappata nel libro della nostra storia". Lo ha detto ieri il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, al termine delle celebrazioni a Montecitorio per il Giorno del Ricordo. Una commemorazione che quest’anno ha viste unite tutte le forze politiche, in un clima più sereno del passato e qualche polemica solo a livello locale, a Napoli e a Milano, dove alcuni esponenti del centrodestra hanno accusato i sindaci De Magistris e Pisapia di aver dimenticato la ricorrenza.
Gli antefatti delle foibe risalgono al primo dopoguerra. Nel 1920 il trattato di Rapallo assegna all’Italia Trieste, Gorizia, l’Istria e Zara e dichiara Fiume “città libera”. Quello stesso anno Benito Mussolini, in visita a Pola, chiarisce: “Di fronte a una razza inferiore e barbara come la slava, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone”. Le bande fasciste la mettono subito in pratica, dando alle fiamme nell’intera Venezia Giulia 134 edifici di sloveni e croati.

martedì 10 febbraio 2015

Storie - Gli ebrei e il Regno Sabaudo

di Mario Avagliano

La storia italiana è stata “sempre strettamente connessa con quella più specifica della sua bimillennaria componente ebraica”. Così Pia Jarach ha scritto nella prefazione al libro di Gianfranco Moscati “Gli ebrei sotto il Regno Sabaudo. Combattenti – Resistenza – Shoah” (editore Origrame), dal quale è nata una mostra itinerante che ora giunge a Roma, dove viene presentata domani 11 febbraio alle ore 17,00 presso la Camera dei Deputati (Complesso di Vicolo Valdina).
La mostra, che sarà aperta al pubblico dal 12 al 20 febbraio (ore 10-18, con ingresso a Piazza di Campo Marzio 42), illustra attraverso documenti ed immagini la partecipazione degli ebrei italiani alla vita nazionale nei 150 anni di regno sabaudo, dalle guerre risorgimentali fino alle leggi razziste del 1938, all’adesione alle bande partigiane e alla deportazione nei lager nazisti.

lunedì 9 febbraio 2015

Ciao comandante Max....

Scomparso a 95 anni Massimo Rendina

Sono ore tristi per me. E' scomparso ieri a Roma l'ex partigiano Massimo Rendina, all'età di 95 anni. E' stato uno dei miei Maestri di Storia, insieme a Vittorio Foa e Giuliano Vassalli. Fu lui a spingermi all'iscrizione all'Anpi di Roma, a farmi dirigere il Centro Studi della Resistenza e a propormi come vicepresidente. Era un uomo di straordinaria umanità, intelligenza, dolcezza, integrità morale. Amava i giovani ed era da loro amatissimo. Fu anche l'ideatore della Casa della Storia e della Memoria, il cui sogno si realizzò grazie all'allora sindaco Walter Veltroni. Vanno ricordati la sua partecipazione alla seconda guerra mondiale, nella Campagna di Russia; la sua storia di coraggioso comandante partigiano; la sua brillante carriera di giornalista; il suo impegno civile nell'Anpi; il suo impegno storiografico di studioso attento della Resistenza. Vi propongo la sua scheda biografica.

mercoledì 4 febbraio 2015

Storie – A lezione di razzismo nell’Italia fascista


di Mario Avagliano
“Ma fra i nuovi conquistatori si era mescolata la razza giudaica, disseminata lungo le rive del Golfo Persico e sulle coste dell’Arabia, dispersa poi lontano dalla patria d’origine, quasi per maledizione di Dio, e astutamente infiltratasi nelle patrie degli Ariani, Essa aveva inoculato nei popoli nordici uno spirito nuovo fatto di mercantilismo e sete di guadagno, uno spirito che mirava unicamente ad accaparrarsi le maggiori ricchezze della terra. L’Italia di Mussolini, erede della gloriosa civiltà romana, non poteva rimanere inerte davanti a questa associazione di interessi affaristici, seminatrice di discordia, nemica di ogni idealità”.

Così si leggeva ne "Il libro della quinta classe elementare: letture" di Luigi Rinaldi, edizione 1941, nel capitolo "Le razze", per giustificare le misure razziste adottate dal regime a partire dal 1938 nei confronti degli ebrei. È uno dei documenti presentati nella mostra "A lezione di razzismo - Scuola e libri durante la persecuzione antisemita", allestita a Bologna in occasione della Giornata della Memoria, presso il Museo Ebraico, e aperta al pubblico fino all’8 marzo.

mercoledì 28 gennaio 2015

Quando eravamo fascisti

Quando eravamo fascisti 
(Mario Avagliano – Marco Palmieri, Vincere e vinceremo!, Il Mulino, Bologna, 2014)

di Andrea Rossi

Avagliano e Palmieri proseguono il lavoro di scavo nella storia dell’Italia fascista, e dopo aver illustrato nel loro precedente studio quanto fossero diffusi e radicati gli stereotipi razzisti nel nostro paese, gettano ora una luce sinistra sul “comune sentire” degli italiani durante il secondo conflitto mondiale, attraverso l’indagine della corrispondenza inviata da tutti i fronti di guerra dal 1940 al 1943. L’affresco che ne emerge è impietoso, fin dal titolo, quel “vincere e vinceremo” con cui decine di migliaia di italiani chiudevano le proprie missive dall’Africa come dalla Russia o dai Balcani; una locuzione che nessuno obbligava a inserire nella propria corrispondenza privata, e che rivela quanto gli italiani in larghissima parte fossero entusiasti dell’entrata in guerra del paese, mutuando spesso dalla propaganda fascista i temi e la retorica. 

martedì 27 gennaio 2015

Shoah, ecco i disegni dell'orrore

di Mario Avagliano
 
Sulla difficoltà di raccontare l'orrore dei lager, si sono esercitati in passato diversi storici, qualificati sociologi e gli stessi ex deportati. C'è un confine delicato e invalicabile tra ciò che riesce ad esprimere la parola orale o scritta e ciò che invece è per sua natura "indicibile". Ma dove non arriva la parola, possono soccorrere i disegni di chi ha vissuto l'inferno dei campi di concentramento, che "hanno la forza cruda dell'occhio che ha visto e che trasmette la sua indignazione".
Così scriveva nel 1981 Primo Levi nella prefazione al lavoro di ricerca di questa preziosa documentazione visiva sui lager nazisti condotto dal ragionier Arturo Benvenuti, originario di Oderzo, bancario di professione e per hobby poeta e pittore. Una raccolta straordinaria, rimasta praticamente inedita per trent'anni, e che solo ora, in occasione del settantesimo della liberazione di Auschwitz e alla vigilia della Giornata della Memoria, vede finalmente la luce in libreria, con il titolo "K.Z. Disegni degli internati nei campi di concentramento nazifascisti" (edizioni BeccoGiallo, pp. 272, euro 26), a cura di Roberto Costella. Una parte di questi disegni sarà esposta per un mese a Roma, in una mostra aperta al pubblico, presso la Libreria Fandango, dal 27 gennaio al 27 febbraio.

lunedì 26 gennaio 2015

Fascisti e contenti: tutti gli italiani vollero la guerra del Duce

La recensione di Solilibri.net

di Felice Laudadio
 
10 giugno 1940: la notizia delle decisioni irrevocabili entusiasma la Nazione intera, inconsapevole dell’orrore che avrebbe affrontato, debole e impreparata. Ma quell’ora segnata dal destino aveva tanti padri e tante madri, non solo Mussolini. La folla plaudente sotto il balcone di Piazza Venezia condivideva appieno la scelta di regolare i conti con le potenze demoplutocratiche che avevano mutilato la vittoria italiana del 1918. E se non era il dispetto per Francia e Inghilterra a giustificare l’approvazione, era la convinzione che Hitler aveva ormai piegato gli anglofrancesi e avrebbe fatto sua tutta l’Europa, quindi meglio stare dalla sua parte.
Gli italiani si erano cacciati in un guaio e di lì all’estate 1943 avrebbero perso la guerra delle armi (le nostre, superate e insufficienti) ma vinto quella della memoria, con la rimozione dell’entusiastico sostegno all’alleanza coi tedeschi. Lo spiegano, indagando sulla corrispondenza dei nostri militari, il giornalista Mario Avagliano e il saggista Marco Palmieri, autori di un saggio storico ampio ma accessibile, edito da il Mulino: “Vincere e vinceremo. Gli italiani al fronte 1940-43”, 376 pagine 25 euro.

giovedì 15 gennaio 2015

Patria, coraggio, illusioni: le parole degli italiani dal fronte

di Fabio Isman

Mica tanto «brava gente»: le lettere degli italiani mandati sui fronti della seconda guerra mondiale ne dimostrano, per un buon tratto, la sostanziale accettazione del conflitto, e di chi l’aveva voluto; le prime resipiscenze, soprattutto sulle sorti belliche, cominciano ad affiorare già verso il tardo 1940 (ma la censura le blocca: non le fa arrivare ai famigliari dei mittenti); e soltanto nelle ultime settimane del fascismo, a metà del 1943, la critica si fa più aperta. Ma prima, è quasi soltanto «vincere e vinceremo», «spezzare le reni alla Grecia », una rivalsa verso le demoplutocrazie (così vengono chiamate, perfino dai teatri di guerra).
Due bravi ricercatori, Mario Avagliano e Marco Palmieri, hanno scandagliato ogni possibile fonte, anche tra le missive che la censura ha stoppato, e ne hanno tratto un compendio e un campionario assai ricchi e doviziosi: 375 pagine d’un libro (Vincere e vinceremo! Gli italiani al fronte, 1940-1943 Il Mulino ed.) che si legge tutto d’un fiato, e racconta tante singolarità.