lunedì 9 dicembre 2013

La recensione di Italia Oggi: "Le leggi razziali non furono col cuore in mano. I primi a sostenerle furono gli intellettuali. Ecco un elenco di nomi molto imbarazzante"

di Diego Gabutti

Banalizzare le leggi razziali del fascismo è un classico per chi rivendica l'eredità di Mascellone. Be', dicono, c'erano queste benedette leggi razziali, okay nessuno però le rispettava.
Erano state pensate per compiacere Hitler, ma le stesse autorità fasciste, per non parlare degl'italiani qualsiasi, ci scherzavano sopra, le prendevano sottogamba. Erano una specie di salto nel cerchio di fuoco: un pegno da pagare alla scenografia imperiale, come il fez e la camicia nera, come il saluto romano e l'A Noi. Gli ebrei stessi, quasi non s'accorsero delle leggi razziali. Se è impossibile, come diceva il Dux, governare gl'italiani, figurarsi se è possibile trasformarli, via lavaggio del cervello, in persecutori e assassini d'ebrei.
Eppure fu esattamente quel che successe, come raccontano Mario Avagliano e Marco Palmieri in Di pura razza italiana. L'Italia «ariana» di fronte alle leggi razziali (Baldini e Castoldi 2013, pp. 446, 18,90 euro; ebook, 5,99 euro). Non è il primo libro sulle leggi razziali. Ce ne sono stati parecchi altri, a partire dalla classica Storia degli ebrei sotto il fascismo di Renzo De Felice, Einaudi 2005, uscito in prima edizione nel 1961. Qualche tempo fa, per stare agli ultimi titoli usciti, Paolo Simoncelli ha pubblicato un bel saggio su Giovanni Gentile e le leggi razziali: «Non credo neanch'io alla razza». Gentile e gli ebrei, Le Lettere 2013, pp. 238, 16,50 euro (Gentile, racconta Simoncelli, non era antisemita, e fece anzi il possibile per aiutare gli ebrei con i quali lavorava, anche se non «si lasciò mai andare a esternazioni pubbliche, che, dato il suo peso intellettuale, avrebbero certo avuto eco e peso notevole», postillano Avagliano e Palmieri). È da leggere anche America nuova terra promessa. Storie d'ebrei italiani in fuga dal fascismo di Gianna Pontecorboli (Brioschi 2013, pp. 192, 15,00 euro): il racconto d'una diaspora, che non fu solo tedesca, ma anche italiana. Tutti libri importanti, ma Di pura razza italiana è il primo che sgombri definitivamente il campo dalle banalizzazioni correnti. Idee di panna montata: gl'italiani non furono mai crudeli con i giudei salvo rare eccezioni e, quanto poi a Benito Mussolini, il Dux era notoriamente un «buonuomo», mica un tiranno, tanto che mandava in ferie pagate, «al confino», i suoi avversari politici (come ha detto una volta Berlusconi, che deve avere un po' troppo bazzicato Indro Montanelli, grande banalizzatore del fascismo, prima che il partito di plastica li dividesse). Avagliano e Palmieri dicono esattamente quel che c'è da dire sugl'italiani: che non sono affatto «brava gente», qualunque cosa dicano di se stessi. Gl'intellettuali furono naturalmente i primi a unirsi con fervore alla campagna antisemita: «Scienziati, accademici, editori, letterati, scrittori, giornalisti e artisti si prestarono a fare da agitprop della campagna razzista contro i neri e gli ebrei. Alcuni sono già noti al grande pubblico, per esempio Guido Piovene, Giorgio Bocca, Indro Montanelli, Eugenio Scalfari. La ricerca archivistica e bibliografica ha consentito di individuarne altri: Enzo Biagi, Antonio Ghirelli, Giulio Carlo Argan, Concetto Pettinato, Giovanni Spadolini, Mario Missiroli, Maria Luisa Astaldi, Aldo Capasso, Alfio Russo. Un elenco certamente incompleto. In linea generale per gli intellettuali resta valido il giudizio di De Felice: troppi uomini di cultura videro nella legislazione antisemita «una maniera per mettersi in mostra, far carriera, fare soldi, per sfogare i loro rancori e le loro invidie contro questo o quel collega». Ma sarebbe limitativo ritenere che la loro adesione al razzismo di Stato fu dovuta per lo più a conformismo, acquiescenza, opportunismo o viltà». Tra loro «vi è chi sostenne le tesi razziste in modo convinto». Ma non furono soltanto gl'intellettuali a scatenarsi contro gli ebrei italiani. S'unirono al pandemonio funzionari statali, imprenditori, giuristi e magistrati, l'intero corpo insegnante, avvocati e persone comuni. Soprattutto persone comuni. Bastò un rapido shampoo al cervello per trasformare gl'italiani in antisemiti attivi e passivi: gli attivi scrivevano «vietato l'ingresso ai cani e agli ebrei» sulla vetrina delle loro botteghe, i passivi lasciavano fare o si lamentavano sottovoce tra amici. Nessuno sembrò cogliere la dimensione apocalittica dell'antisemitismo fascista. Avagliano e Palmieri raccontano tutta la storia in un libro straordinario. Non è soltanto un libro sugli orrori e le infamie del fascismo. È anche un libro sull'Italia e sugl'italiani, gente facilmente reclutabile sotto le peggiori bandiere, come si è visto negli ultimi settant'anni, anche dopo il fascismo. C'era qualcosa dell'odio antisemita nell'amore per i tiranni da parte del cosiddetto «popolo di sinistra» negli anni Cinquanta e Sessanta. C'è qualcosa d'antisemita, un tocco cioè di «superiorità antropologica», anche nell'antiberlusconismo chic, come pure nella bava alla bocca dei grilliti. Vale anche per questi fenomeni d'intolleranza politica e culturale la definizione che i socialisti viennesi davano dell'antisemitismo a cavallo tra l'Otto e il Novecento: il socialismo degl'imbecilli.

(Italia Oggi, 5 dicembre 2013)




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