lunedì 28 novembre 2011

La modernità della Carta costituzionale? Anche le "virtù repubblicane"

di Mario Avagliano
«Io amo pensare, onorevoli colleghi, che l’alta impresa cui oggi muoveremo i primi passi, impegnandovi ogni nostra forza d’ingegno, ogni nostro moto di passione, ogni nostro fervore di fede, riuscirà a dare prova ai nostri ed ai cittadini di tutti i Paesi del mondo che l’Assemblea Costituente italiana è pari alla sua missione, e degnamente rappresenta il popolo che l’ha eletta, un popolo probo, eroico, incorrotto». Con queste parole cariche di tensione morale e ideale, Il 4 marzo 1947, l’ebreo e comunista Umberto Terracini concludeva il suo intervento di apertura dei lavori dell’Assemblea Costituente, eletta a suffragio universale e di cui era stato nominato presidente. La Costituzione italiana, cioè l’atto fondativo della nostra repubblica parlamentare democratica, reca in calce la firma di Terracini, accanto a quelle dell’ex monarchico e liberale Enrico De Nicola, capo provvisorio dello Stato, e del cattolico e democristiano Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio.
Nonostante la diversità delle ideologie politiche e dei credi religiosi dei deputati costituenti, l’Italia uscita dalle macerie morali e materiali della guerra mondiale e del Ventennio fascista riuscì a partorire una carta dei Principi fondamentali fortemente avanzata e innovativa. Il progetto di una nuova Costituzione venne elaborato dall’Assemblea Costituente in piena libertà e autonomia di pensiero e fu approvato il 22 dicembre 1947 a larghissima maggioranza, con 453 voti favorevoli su 515 presenti e votanti (62 furono i voti contrari). Una Costituzione capolavoro, nella quale, come ebbe modo di dire nel 1955 Piero Calamandrei nel suo discorso agli studenti milanesi, «c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato», da Mazzini a Cavour, da Cattaneo a Garibaldi, fino ai giovani «caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta».
Dal punto di vista storiografico, è innegabile che la Costituzione italiana affondi le sue radici nelle motivazioni ideali che erano alla base dell’antifascismo e della Resistenza. Il carattere antifascista della Carta non è riconducibile soltanto alla XII disposizione transitoria e finale, che vieta la riorganizzazione del disciolto partito fascista. Piuttosto, come ha sottolineato il costituzionalista Domenico Gallo, esso è insito «nel rovesciamento delle categorie fondamentali del fascismo e nell’assunzione di categorie completamente opposte», con l’obiettivo di voltare definitivamente pagina rispetto alla triste esperienza della dittatura mussoliniana.
Così al corporativismo fascista e all’elevazione della discriminazione a principio fondante della Nazione (sino alla vergogna tutta italiana delle leggi razziali), è subentrato il pieno riconoscimento dell’eguaglianza e dell’universalità dei diritti dell’uomo. Alla concezione totalitaria e totalizzante del governo e dell’economia e alla soppressione del pluralismo politico e sindacale, è stata sostituita una struttura democratica dotata di pesi e contrappesi, basata sulla centralità del Parlamento, su una distribuzione articolata dei poteri e sull’importanza fondamentale data al lavoro. Archiviate le politiche di aggressione e le ambizioni colonialiste di Mussolini, l’Italia è diventata membro delle Nazioni Unite ed ha ripudiato la guerra come mezzo per risolvere le controversie internazionali.
L’impianto e l’architettura istituzionale della Costituzione del 1948 restano ancora validi? Già a partire dagli anni Ottanta, con il disegno di Grande Riforma avanzato dal segretario del Psi Bettino Craxi, e con più energia negli ultimi 15-20 anni, nell’era berlusconiana della Seconda Repubblica, il sistema politico italiano ha tentato, con alterne fortune, di introdurre dei correttivi più o meno incisivi al dettato costituzionale, per porre rimedio all’eccessiva frammentazione del quadro politico e alla debolezza degli esecutivi e dare una risposta alle istanze di autonomia provenienti dai territori. Si sono così succedute negli anni le Bicamerali presiedute da Ciriaco De Mita e Nilde Iotti (1992-1994) e da Massimo D’Alema (1997-1998), la riforma federalista del titolo V della Costituzione varata nel 2001 dal centrosinistra, la riforma costituzionale approvata dal centrodestra nel 2005 e poi bocciata dal referendum confermativo del 2006, fino ai progetti di revisione costituzionale dell’ultimo governo Berlusconi.
A detta di alcuni analisti politici la nascita del governo tecnico presieduto dal senatore a vita Mario Monti segna il punto di inizio di una nuova fase della storia italiana, che qualcuno ha già ribattezzato Terza Repubblica e che ovviamente potrà avere pieno sviluppo solo a seguito delle prossime elezioni politiche. Non c’è dubbio che l’impronta riformista o viceversa regressiva della nuova fase politica dipenderà anche dagli indirizzi che prevarranno in ordine alla revisione della Costituzione.
E’ assai probabile che i padri costituenti dell’Italia democratica avrebbero plaudito a riforme volte a premiare il merito, a tagliare i costi della politica (riducendo il numero dei parlamentari ed eliminando alcuni enti, a partire dalle province) e a rafforzare l’efficacia e l’efficienza del governo, preservando però la potestà di controllo del Parlamento. C’è invece da dubitare fortemente che un De Gasperi o un Terracini avrebbero dato il loro consenso a “riforme” volte a porre la giustizia sotto il controllo dell’esecutivo, a mettere in discussione l’unità della Nazione o ad introdurre surrettiziamente la “dittatura” del mercato nell’economia.
In realtà la prima parte della Carta costituzionale, nata dalle lotte dell’antifascismo e della Resistenza, può costituire ancora la stella polare della nostra Repubblica, con i suoi riferimenti alla centralità del lavoro, all’eguaglianza sociale, alle pari opportunità. Purché tali valori siano fatti vivere concretamente e purché il sistema politico recuperi le virtù repubblicane del dopoguerra.
Già nel 1946 Arturo Carlo Jemolo rilevava che «la libertà, come tutti i beni della vita, come tutti i valori, non basta averla conquistata una volta per sempre, ma occorre conservarla con uno sforzo di ogni giorno, rendendosene degni». Per fortuna da allora in Italia la libertà e la democrazia non sono mai state in discussione, ma resta valido l’ammonimento di Calamandrei: «La Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé (…) bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile; bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito».

(La modernità della Carta? Anche le "virtù repubblicane", "Ebdomadario.com", Numero 14, anno 1°, sabato 26 novembre 2011)

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